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Packaging commestibile

Autore: admin - Primo piano - del: 22 maggio 2012

In un futuro non molto lontano potremmo ritrovarci a masticare l’involucro che contiene gli alimenti al supermercato. Un modo per ridurre i rifiuti da imballaggio.

La ricerca di packaging commestibili è una delle nuove frontiere dell’industria alimentare. E anche se a noi consumatori, abituati a produrre tonnellate di spazzatura sotto forma di imballi, l’idea di ingurgitare pellicole e bottiglie sembra fantascienza, ci sono già alcune aziende e realtà universitarie che ci stanno lavorando.

David Edwards, ricercatore di Harvard, starebbe studiando un involucro commestibile chiamato WikiCells, una membrana costituita da cellule di cibo e da un polimero biodegradabile tenuti insieme da forze elettrostatiche. Il risultato mimerebbe, secondo le prime indiscrezioni, le proprietà fisiche delle bucce della frutta.

Ed i germi? Se l’idea di addentare un involucro che prima di arrivare sulle vostre tavole, è già stato toccato lungo tutta la filiera del trasporto e dai consumatori arrivati prima di voi, non avete tutti i torti: la stessa perplessità attanaglia anche gli addetti del settore. Del resto, ricoprire un involucro commestibile con un altro strato, non commestibile, non risolverebbe il problema della sovrabbondanza di rifiuti derivanti dal packaging alimentare e creerebbe un sistema di rivestimenti “a scatola cinese”.

L’azienda statunitense MonoSol, dell’Indiana, sta lavorando a prototipi di involucri edibili che si sciolgono in acqua, un po’ come quelli, già diffusi nelle nostre case, di certe pastiglie per lavastoviglie o detersivi per lavatrici. Allo studio ci sono monodosi per cioccolata calda e caffè, cereali da aggiungere al latte o polveri da mischiare all’acqua in bottiglia. Una volta entrata in contatto con il liquido, la bustina si scioglie e scompare dopo pochi attimi. Non che in forma liquida, i germi svaniscano, ma forse una possibile soluzione taglia-rifiuti potrebbe partire proprio da qui: se sempre più alimenti fossero avvolti da film idrosolubili, una volta scartata la confezione basterebbe mettere l’involucro in acqua, e dimenticarsene.

Leggi l’articolo completo su: http://www.focus.it/ambiente/ecologia/packaging-commestibile-la-nuova-frontiera-del-gusto_C12.aspx

D’Aprile Daniela         daniela.daprile@libero.it

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Idea di successo dalle scatole “sbagliate”

Autore: admin - Primo piano - del: 19 maggio 2012

All’origine di tutto c’è un raviolo. O meglio: un prezzo da modificare sulla confezione di certi tortelli. È dalla richiesta di un cliente che Giancarlo Arici ha sviluppato l’idea di stampare su ciò che era già stampato. Nasce così la Rotoprint Sovrastampa di Lainate, Comune a una ventina di chilometri da Milano. Da bravo imprenditore, si è ingegnato per soddisfare la necessità di un cliente. Ma dal cascinale dove negli anni Sessanta Arici, ex stampatore, ha ricavato la prima tipografia e modificato con le sue mani rotative e macchine rotocalco, di bobine di carta ne sono passate a vagonate. Oltre 18 mila chilometri solo nel 2010: montagne di carta che hanno evitato il macero grazie alla tenacia e all’inventiva di un appassionato di stampa che detesta lo spreco.

La sua idea di riutilizzo tramite sovrastampa, l’ha premiato. Il riciclo batte la crisi: la sua è un’azienda florida che permette alle aziende di risparmiare sulle spese degli imballaggi, riutilizzando ciò che dovrebbe essere eliminato. In oltre 40 anni di attività non solo è impossibile fare il conto di quanta carta ha ristampato quest’azienda lombarda a conduzione familiare (che ha appena ricevuto una menzione d’onore al Print Quality Awards 2011 perché giudicata fra le più interessanti nella categoria innovazione), ma l’elenco dei suoi clienti conta tutti i più noti marchi.

Ma come funziona la sovrastampa? «Mio padre ha colto la sfida quando nessuno ristampava e nessuno credeva che fosse possibile farlo: montando e smontando le macchine per la stampa, è riuscito a ottenere una sovrastampa dalla precisione millimetrica», spiega Arici, figlio 43enne del titolare che tra poco ne compie 70. «Le aziende ci inviano le bobine stampate, che diventeranno confezioni di pasta oppure di panettoni o medicinali, e su quelle, con colori coprenti, noi ristampiamo, correggendo refusi o aggiungendo quello che va aggiunto. Non lavoriamo mai su confezioni già fatte, solo su bobine: possiamo modificare un codice a barre, un logo aziendale, aggiungere una promozione, dipende dalla richiesta. Lavoriamo con rapidità, perché questo chiedono le aziende e noi, anche se siamo rimasti alla taglia familiare e siamo solo in quindici, siamo abituati a ritmi molto veloci».

Un’azienda familiare e di nicchia, con pochi fidati dipendenti. Questo l’organigramma. E la mission? «La soddisfazione è morale, perché la nostra forza sta tutta nella particolarità del lavoro che facciamo. Mio padre non si stanca mai di ripetere che un chilo di sovrastampa è un chilo risparmiato: parliamo di un chilo di carta, dunque parliamo di ambiente».

visualizza l’ articolo completo su: http://www.corriere.it/ambiente/12_maggio_18/sovrastampa-rotoprint-risparmio-carta_b55643da-a034-11e1-bef4-97346b368e73.shtml

Università LUM Jean Monnet

Corso di International Marketing

Raffaello De Paola waffy88@hotmail.it

prof. Roberto De Donno dedonno@lum.it

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Dialetti a rischio di estinzione

Autore: admin - Primo piano - del: 19 maggio 2012

L’Unesco lancia l’allarme sul rischio estinzione di circa 6.000 dialetti nel mondo; la dichiarazione giunge in occasione della Giornata dedicata alle lingue madri, il 21 febbraio. In Italia sono in pericolo, fra i più noti, i dialetti sardo, siciliano e napoletano, assieme ad altre lingue locali meno conosciute.

Il dialetto è una ricchezza culturale dell’umanità. Secondo gli esperti dell’agenzia culturale dell’Onu, potrebbero sparire numerose lingue indigene, veicoli di antiche conoscenze. Per preservarle l’Unesco ha creato un’atlante interattivo con cui è possibile reperire notizie riguardo alla tipologia, all’area geografica e al numero di abitanti che parlano i dialetti a rischio di estinzione nel mondo.

Fra le realtà italiane a rischio, c’è il töitschu, una lingua parlata ancora da circa 200 persone, residenti a Issine, un comune situato in Valle d’Aosta, precisamente nella media Valle del Lys. In Sicilia, circa 65 mila abitanti, parlano il gallo italico, identificato come “alto-italiano della Sicilia”. La lingua è tutelata come patrimonio intangibile dall’Unesco, in quanto definita, come isola linguistica alloglotta, che si distingue per un substrato di lingue celtiche.

Due sono le principali cause indicate dagli esperti: alcune sono considerate “forze esterne”, come il dominio militare, economico, religioso, culturale; altre sono“forze interne”, in particolare l’atteggiamento negativo nei confronti del dialetto con cui si pongono le nuove generazioni. Si sommano a questo fenomeno, la rapida urbanizzazione e le migrazioni, che modificano tradizioni, modi e costumi di vita, trascinando nel vortice del progresso anche le forme dialettali più arcaiche.

Leggi l’articolo completo su: www.culturaitalia.it

D’Aprile Daniela           daniela.daprile@libero.it

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Quelli che girano il mondo, lavorando ovunque grazie a Internet.

Autore: admin - Primo piano - del: 14 maggio 2012

Non hanno un posto fisso, girano il mondo per lavoro e stanno per la maggior parte del tempo lontano da casa, famiglia e amici. Leggendo a cuor leggero i tratti distintivi dei nomadi digitali, non si rimane certo con un’impressione positiva in testa. A sentir parlare loro, invece, è più un’opportunità che un peso: meno stress, meno spese, una massiccia dose di libertà e la possibilità di visitare buona parte del mondo.

In Italia il precariato è ancora solamente una condanna, ma i Nomadi Digitali, con un sito tutto loro (www.nomadidigitali.it) aperto dai viaggiatori Alberto Mattei e Diego Angelini, sono qui per farci cambiare idea.

Alberto Mattei ci spiega qualcosa di più dei Nomadi Digitali.

Qual è stata la sua prima esperienza da Nomade Digitale?
La mia prima occasione per essere libero di vivere e lavorare ovunque l’ho avuta quando ho iniziato la mia collaborazione come Community Manager, lasciato la mia casa a Roma, venduto l’auto e deciso di trasferirmi per un periodo al mare, in Toscana. Ci sono molte sfumature dell’essere e del vivere da nomade digitale: in questo periodo iniziale di progettazione e lancio del sito ho dovuto, per forza di cose, rimanere ‘in zona’ e limitare all’Europa e alle Isole italiane, che io amo molto, il mio raggio di movimento, ma nei miei progetti a breve termine c’è una lungo viaggio in Oriente.

Com’è nata l’idea di aprire un sito, e quali motivazioni l’hanno spinta a farlo?
L’idea nasce per comunicare a tutte le persone amanti del viaggio, stanche di abitudini, routine e luoghi o in cerca di una chance professionale per mettere a frutto competenze, abilità e passioni personali, che esiste una nuova filosofia di vita e di lavoro.

Quali sono le mete preferite dai Nomadi Digitali?
I Paesi dove la qualità della vita è molto più alta a parità di costo o dove si riesce a vivere meglio con poco, come la Thailandia, e dove c’è più attenzione e dinamismo per i progetti Web, come a Berlino.

Com’è possibile, per gli appartenenti in questa categoria, conciliare lavoro ed affetti personali?
Sono in contatto con coppie e anche famiglie che hanno scelto questo stile di vita e vivono viaggiando insieme, educando i figli in modo cosmopolita e sostenibile, abituandoli a parlare diverse lingue, facendo ricorso all’home schooling o all’insegnamento a distanza per la formazione scolastica.
Conosco nomadi digitali single, che hanno naturalmente maggiore libertà e coppie, che scelgono di restare separate per qualche mese. Credo sia una questione molto personale e che la ricaduta sugli affetti della scelta di una vita da nomade digitale dipenda molto da quanto lo si estremizzi.

Leggi l’articolo completo su: www.mymarketing.net

D’Aprile Daniela       daniela.daprile@libero.it

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