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Elenco articoli caregoria: Primo piano

Amatrice nel mondo – Amatrice in the world

Autore: Ilenia Tesoro - del: 28 ottobre 2015

Un Comune in “filosofia” De.Co. che crede in ciò che gli appartiene, difendendo e sviluppando le sue eccellenze, in questo caso l’Amatriciana. 

Io ci sono! Vi aspetto ad Amatrice!

Locandina jpg

Vendesi libri senza cultura: il paradosso delle librerie

Autore: Ilenia Tesoro - del: 26 ottobre 2015

“Stiamo lavorando duro per arrivare al segno più nel mercato del libro. Ma lo stiamo facendo per lo più da soli. La lettura e il libro sono una priorità a parole: del resto quasi il 40% dei dirigenti italiani, politici e non, non legge – quasi 3 volte in più degli altri paesi – di cosa ci stupiamo?” attacca così Motta, presidente dell’Associazione Italiana Editori.

Ma il problema riguarda solo la pigrizia nel ebook-libri-tablet_706x578leggere, i cattivi esempi di persone di rilievo, o anche per la scarsa professionalità? Voi che ne pensate?

Probabilmente penserete che l’avvento della tecnologia, degli e-book, abbia notevolmente scartato l’idea dell’acquisto dei libri. Oppure, riconoscerete che negli anni il valore del libro è andato un po’ perso, a causa della frenesia della vita, non sia ha più il tempo di sedersi, annusare l’odore della carta e assaporare un buon libro. Ma non è tutto qui.

Stefano Paolo, in un articolo per il Corriere della Sera, espone un problema che non è da sottovalutare: “Qualche giorno fa in una libreria di catena milanese, un mio amico ha chiesto il nuovo saggio di Carlo Ginzburg, uno dei maggiori storici italiani. Titolo: Paura reverenza terrore, editore Adelphi. [...] Ebbene, con espressione sperduta la commessa chiede lo spelling dell’autore, battendo tempestivamente sul computer il nome: «Karl». «No, – ripete il mio amico ? Carlo Ginzburg, è italiano!». Risolto l’equivoco, si scopre che in negozio esistono (dovrebbero esistere) due copie del volume richiesto: la ragazza sparisce, ricompare a mani vuote dopo una decina di minuti, consulta un collega, che sparisce a sua volta. Passano ancora diversi minuti e l’uomo, riemerso visibilmente da un sottoscala in cui giacciono gli scatoloni mai aperti, mostra trionfante il libro. Altri aneddoti si potrebbero aggiungere alla casistica dell’irreperibilità di importanti titoli recenti e del malfunzionamento delle grandi librerie, che sommerse da centinaia di bestseller annunciati hanno perduto il senso delle gerarchie e soprattutto hanno sostituito i librai con venditori pressoché privi di competenza e di formazione culturale (per rimediare, c’è sempre un computer?).”
Il problema è questo: mancanza di professionalità. Qualità che, invece, la si trova nei centri commerciali, dove alla richiesta di delucidazioni riguardanti un elettrodomestico, i commessi rispondono prontamente in modo chiaro e preciso, con cifre e descrizioni tecniche assolutamente esplicative.
Da ciò nascono alcune domande: perché è ritenuta d’obbligo la competenza riguardante la vendita di un elettrodomestico e non lo è per la vendita di un libro? C’è un nesso tra la fuga dei clienti dalle librerie (verso gli acquisti online) e la progressiva trasformazione dei negozi di libri in surreali supermercati in cui nessuno sa dirti se c’è un libro ed eventualmente dove si trova?

Infine, perché ci si lamenta del fatto che i libri non vendono se non si fa niente per venderli?

La nuova faccia del web marketing aziendale

Autore: Ilenia Tesoro - del: 22 ottobre 2015

Esiste un modo efficace per fare pubblicità sul web? E soprattutto in termini economici come possiamo ottimizzare la spese e massimizzare il profitto? Meglio una pubblicità tradizionale attraverso i banner oppure attraverso il web marketing 2.0? Scopriamolo!

Word Cloud "Social Marketing"

Viviamo in un periodo evolutivo nel modo di fare pubblicità sul web, ossia stiamo passando dall’era del web marketing on-line tradizionale, dove la pubblicità era fatta attraverso banner, e il nuovo modo di fare pubblicità, il web marketing 2.0, basato sui social network il quale ci apre le porte ad un nuovo modo di fare pubblicità interattivo.

Come mai sempre più aziende adottano le strategia del web marketing 2.0?

La motivazione principale che spinge l’azienda a cercare forme di pubblicità alternative è il costo, perché acquistare spazi pubblicitari su portali a visibilità nazionale ha costi elevati, e i risultati decisamente deludenti, specie se paragonati ai costi.
Questa strategia può funzionare se il prodotto è studiato per la massa e la concorrenza contenuta, ma invece se è di nicchia e la concorrenza elevata i risultati saranno piuttosto scarsi.

Perché non funziona?

Non fare un target della clientela e subire la concorrenza potrebbe essere completamente penalizzante. In pratica, se il prodotto è di nicchia, bisogna cercare di individuare il target di potenziali utenti interessati al suo utilizzo e di conseguenza mirare a fare pubblicità su portali specializzati.
Ma ancora non funziona, specie se la concorrenza è elevata. Già perché se la concorrenza è elevata, anche la domanda di acquisto di spazi pubblicitari lo sarà, e di conseguenza anche il singolo spazio avrà costi più alti.

Alla fine quando saremo arrivati ad avere il nostro spazio, quanti saranno gli utenti che cliccheranno sul banner? E quanti fra questi compreranno il nostro prodotto?

Cosa propone il web marketing 2.0?

Basandosi sui social network, permette di avere un filo diretto coi nostri potenziali clienti perché da loro la possibilità di effettuare delle azioni. Li rende parte attiva della nostra campagna pubblicitaria.
Aprire un profilo social ha costo zero. Il costo è unicamente in termini di tempo da parte nostra nel darci da fare a postare, a creare contenuti interessanti da pubblicare sul blog e condividere.
In questo modo riusciamo ad instaurare un dialogo con gli utenti. A loro volta se trovano interessanti i nostri contenuti li condivideranno coi loro contatti facendo pubblicità gratuita a noi stessi.

Vi siete convinti dell’efficacia di questo modo nuovo di fare pubblicità? Siete pronti a partire con la vostra campagna? Allora, COMINCIATE!

Ue: Di “Unità” n’è rimasto solo il nome

Autore: Ilenia Tesoro - del: 13 ottobre 2015

“È un Paese così diviso, l’Italia. Così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali! Si odiano anche all’interno dei partiti, in Italia. Non riescono a stare insieme nemmeno quando hanno lo stesso emblema, lo stesso distintivo. Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini, non pensano che ai propri interessi personali.” la pensava così Oriana Fallaci quando scrisse “La rabbia e l’orgoglio” nel 2001.

CrisiEuropaMa questa Italia, questo Bel Paese, è sempre stato così, “diviso”?
Cominciamo dall’inizio.
Nel periodo del Rinascimento, l’Italia poteva definirsi un Paese d’eccellenze nel mondo conosciuto d’allora. Era prima nelle arti (pensiamo a Michelangelo) prima nelle scienze (pensiamo a Leonardo) ma anche prima nel commercio, nell’attività bancaria, nella finanza internazionale e nelle tecniche militari.

Poi, fu scoperta l’America e insieme a lei, arrivò la prima globalizzazione.
Da allora gli stati italiani sono rimasti divisi, troppo piccoli per adattarsi alle grandi richieste del mercato di allora, troppo piccoli per costruire grandi caravelle e grandi galeoni per i nuovi traffici; non troppo grandi però per vasti imperi come la Francia, la Spagna o l’Inghilterra. Il risultato? La scomparsa dell’Italia per quasi quattro secoli. E quella scomparsa, ce la portiamo ancora dietro, come una zavorra.

Oggi, le nazioni europee si trovano a fare i conti con la seconda e definitiva globalizzazione. Anche i vecchi “vasti imperi” di un tempo sono troppo piccoli di fronte all’imponenza e alla dimensione che oggi posseggono gli USA e che, ben presto, possederà anche la Cina.
Come cinque secoli fa nel caso degli stati italiani, se avessimo agito insieme, saremmo di certo protagonisti nello scenario mondiale perchè il Pnl europeo è dello stesso ordine di quello cinese e americano e nonostante tutto, siamo ancora i primi nella produzione industriale e nelle esportazioni.

Il problema siamo noi, italiani. Le nostre incertezze, le nostre divisioni sono un ostacolo che ci impediscono di mettere a profitto le forze che pure abbiamo ma ci impediscono di costruire le caravelle e i bastimenti del ventunesimo secolo: parliamo di reti che coinvolgono il mondo intero e condizionano tutti gli aspetti della vita.
Reti che pilotano il mondo, sostengono i commerci, condizionano le transizioni finanziarie, scrutano capillarmente i mutamenti della terra, aprono orizzonti alla scienza, rivoluzionano le comunicazioni e preparano perfino la guerra cibernetica.

Un momento, guerra cibernetica? Esatto, nessuno ne parla, ma è stata addirittura il punto focale dei colloqui tra Obama e Xi Jinping. I suoi terribili strumenti possono paralizzare il mondo in qualsiasi momento: bloccare il volo degli aerei, interrompere il funzionamento delle sale operatorie, delle centrali elettriche e di tutti gli ingranaggi vitali della nostra esistenza.
Tutte queste reti che avvolgono il mondo hanno tutti nomi americani o cinesi. Tutto il mondo si sta dividendo ormai tra i due colossi. Qualsiasi cosa vogliamo fare, ad esempio comprare anche un semplice libro, abbonarci ad una rivista o compiere ricerche su terra e cielo dobbiamo ormai passare per la California o per Shanghai, lasciando a loro gli enormi profitti, con i quali stanno conquistando il futuro di altri settori industriali.
Tutto ciò avviene con una velocità impressionante e sta dando luogo ad un accumulo di risorse finanziarie talmente grandi da condizionare l’intero pianeta politico e il futuro economico.
Eppure l’Ue, che di “Unità” n’è rimasto solo il nome, non sembra accorgersi di nulla, non riesce a comprendere di essere intrappolata in una ragnatela mortale dalla quale n’è possibile uscirne solo con uno sforzo enorme e concorde.
Siamo così stupidi e così divisi da lasciare ai nostri figli un ruolo subalterno sia nel campo economico che in quello politico e militare?
NESSUN Paese europeo può pensare di partecipare da solo a questa gara da cui dipende tutto il nostro futuro.

SOLO l’Europa unita lo può fare.

fonte ilmessaggero.it

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