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I Robot non ci uccideranno (ma forse ci ruberanno il lavoro)

Autore: admin - del: 18 dicembre 2014

robot«Negli ultimi tempi», scrive Rodney Brooks, «sulla stampa che conta abbiamo visto scorrere un incessante flusso di notizie e opinioni in cui persone importanti speculavano sui pericoli dell’intelligenza artificiale, potenzialmente dannosa o cattiva».

Brooks, probabilmente, si riferisce in particolare a personaggi di spicco del mondo scientifico come Richard Dawkins, e a grandi imprenditori dell’innovazione come Elon Musk (Chief Executive di Tesla).
Musk ha sostenuto che «con l’intelligenza artificiale stiamo evocando i demoni» e che stiamo mettendo in pericolo l’umanità.
Non a caso Musk è stato prontamente ritwittato da Dawkins.

I due temi principali
In realtà, con molta confusione lessicale tra i termini (intelligenza artificiale, algoritmi, robot, bot), è tutto molto più complicato di così. Da un lato abbiamo una realtà presente, gli algoritmi che decidono le nostre preferenze (pensiamo a Facebook per fare un esempio banale), dall’altro speculazioni sul futuro.
Nel primo caso c’è un discorso a parte che, magari, faremo in un altro momento.

Nel secondo caso invece, è possibile una sintesi brutale. E possiamo provare a riassumere il dibattito annoso tra apocalittici e tecno-ottimisti in due grandi temi. Il primo è l’impatto di queste nuove tecnologie sul mondo del lavoro.

L’impatto sul lavoro

L’ipotesi da «peggior scenario possibile» è che tutte queste innovazioni continue finiscano per rubare lavoro agli esseri umani e creare scompensi ancora maggiori nelle nostre società. I più pessimisti, dopo gli algoritmi che scrivono articoli di giornale, credono che persino i lavori creativi (e non solo quelli ripetitivi) saranno messi a rischio.
Come scrive, con un po’ di ironia, Joshua Barrie: «probabilmente non ti aiuterà a superare la tua paura che i robot ti rubino il lavoro», ma ci sono dei software che cominciano a scrivere romanzi. E i primi risultati non sono male.
Capirai che la mia sintesi è dettata dallo spazio, ma qui hai la fonte per approfondire: Computers Are Writing Novels: Read A Few Samples Here Read

Se vuoi farti un’opinione meno ideologica, invece, ragiona sul punto di vista di Erik Brynjolfsson (professore al M.I.T. e autore di The Second Machine Age). Il suo ragionamento è lucido e tiene conto della storia. 
«La tecnologia», dice, «ha sempre distrutto posti di lavoro, ma ne ha sempre creati altri diversi. Rispetto al passato, oggi tutto questo sta avvenendo a ritmi molto più veloci. È possibile che tutta questa innovazione alla fine crei maggiore prosperità, ma non c’è nessuna legge economica che garantisce che questa prosperità sia per tutti».

Le tecnologie che diventano più intelligenti degli umani
Se Erik ha ragione nel sostenere che la chiave, per il mondo del lavoro, sia «portare innovazione nell’educazione» per avere le competenze necessarie a non rimanere disoccupati, vale la pena di tornare al pezzo di Rodeny Brooks (che citavamo all’inizio) per avere un quadro realistico sulla gara di intelligenza tra uomini e macchine.

Rodney, che ha fondato l’azienda produttrice di Roomba (il robot aspirapolvere), ci rassicura molto. Sebbene si parli tanto di Watson o di robot felini come Cheetah (o anche dei ”cosi” di Amazon), a quanto pare è proprio Roomba il robot più evoluto che abbiamo.
Ma per quanto sia evoluto, non è capace di comprensione umana e di volontà propria. Siamo ancora lontani dal momento in cui dobbiamo realmente temere le macchine. Ci vorranno decenni, ancora. O forse più.

Leggi l’articolo completo su: www.lastampa.it

Vegana per un mese: ecco cosa ho imparato

Autore: admin - del: 15 dicembre 2014

alimentazione_vegana1Tutto è cominciato con un post su  questo blog  in cui spiegavo perché ho scelto di diventare un’”onnivora selettiva”. Tanti hanno commentato chiedendomi perché non provavo a fare quel piccolo passo in più e diventare vegana. In effetti, perché no? Ma trovavo sempre una scusa per rimandare, un po’ spaventata dalle conseguenze della mia decisione: come sarebbe cambiata la mia vita diventando vegana? Sarei riuscita a esserlo davvero, senza cedere mai? Infine ho deciso: provo per un mese, vediamo che succede, come mi sento, se ce la faccio. Così il 1 novembre, Giornata Mondiale Vegan, ho iniziato. Fare una torta senza latte, burro, uova - La prima cosa che ho fatto? Sedermi a tavola ad esaminare i prodotti che uso per la colazione (pane in cassetta, marmellata, caffè) e chiedermi se vanno bene per una dieta vegana. Di domande, in questo mese, me ne sono posta tantissime. E quando mi sono resa conto di non avere le risposte, le domande le ho poste agli altri. In occasioni, e su dettagli, ai quali mai avevo pensato prima. Pensate che per essere vegani basti fare attenzione a ciò che si mangia? Non è così semplice. In questo mese ho rinunciato ad un paio di scarpe che mi piacevano perché fatte di pelle, al bar ho ordinato sempre caffè “normale” (quello macchiato è fatto con il latte, e al bar sotto casa quello di soia non lo hanno). Ho scoperto che il mio panificio serve focaccia senza strutto (per mia fortuna), ma anche che se mangio fuori è meglio se insisto per andare al ristorante vegano perché altrimenti rischio di non mangiare nulla (o al cinese, dove i piatti a base di tofu sono un’ottima alternativa al classico pollo con le mandorle). La prima settimana è stata tutta una scoperta: le mie domande vertevano sulla vita di tutti i giorni e sui modi per trovarealternative vegane alle mie abitudini di sempre. Erano domande pratiche e trovare una risposta era divertente, così come lo era scoprire nuove marche di abbigliamento, fare una torta senza latte, burro e uova, sperimentare ristoranti mai sentiti prima.

Perché tutti si sentono in dovere di criticarmi? - Poi, verso la metà della seconda settimana, ho iniziato a farmi domande sugli altri. Non si trattava più di come affrontare una cena fuori o un giro di shopping, ma di tanti perché messi in fila. Perché nei menu fissi non ci sono mai cibi adatti ai vegani? Perché le scarpe con materiali vegani sembrano quelle di una vecchia zia sessantottina? Perché in certi prodotti è specificato che “possono contenere tracce di latte” ma non si dice se effettivamente le contengono o meno? E poi ancora: perché i miei amici insistono che la mia scelta è insensata? Perché mi ritengono ipocrita, dato che sono vegana eppure ho l’iPhone (perciò salvo sì gli animali ma mi rendo colpevole dello sfruttamento di operai cinesi)? Perché io che non mangio carne sono vista come una pazza mentre il mio amico che notoriamente odia la verdura e non ne mangia mai è solo guardato con simpatia? Perché a lui nessuno dice che la sua scelta (di gusto) non fa certo bene alla salute mentre tutti sono pronti a demolire la mia(etica) a suon di ricerche? Mi sono ritrovata più di una volta con le spalle al muro adover spiegare, e giustificare, la mia scelta. Come se fossi tenuta a farlo.

Ma io voglio esserlo davvero? – E’ stato solo quando ho smesso di rispondere alle domande degli altri che ho iniziato a pormi domande su di me. Questa è stata la terza, e ultima, fase di questo mese vegano. Ho iniziato a chiedermi se ero davvero convinta fino in fondo di questa scelta. A furia di spiegare la mia scelta agli altri mi sono trovata a difendere una posizione, ma io non volevo essere vegana per partito preso. Così ho scoperto che la mia posizione in realtà non è cambiata rispetto al post di quest’estate: mangio volentieri uova e latticini quando ne conosco la provenienza e credo che gli animali non siano stati maltrattati. Per quanto riguarda carne e pesce, una parte di me ritiene ingiusto uccidere altri esseri viventi ma un’altra parte di me è influenzata dal mio bagaglio culturale secondo il quale invece non c’è nulla di male nel farlo. Alla fine di questo mese mi sono resa conto che tutto questo pesa e che non posso essere vegana perché non sono convinta fino in fondo. E vegani a metà non si può esserlo, perché allora si è semplicemente onnivori selettivi. Mi sembra una buona definizione di ciò che sono e che continuerò a essere.

Leggi l’articolo completo su: www.corriere.it

Il prof. innamorato

Autore: admin - del: 9 dicembre 2014

profA cosa serve un professore universitario oggi? Oggi, nell’era di Google e dell’”overload” d’informazione. Oggi, che tutto lo scibile umano è a portata di click e in rete proliferano corsi su ogni argomento, anche di ottimo livello. Oggi che, quando un professore entra in classe, gli studenti continuano tranquillamente a parlare tra loro o chattare su WhatsApp.

Fino a pochi anni fa – ci riferiamo soprattutto alle materie scientifiche – gli studenti andavano a lezione anche per reperire informazioni, nozioni e dati che, difficilmente, potevano trovare per altre vie. I libri costavano (e costano), in biblioteca spesso scarseggiavano (e scarseggiano), così che gli appunti delle lezioni erano preziosi ed essenziali, perché le equazioni, le definizioni, le dimostrazioni e le relative spiegazioni che contenevano non erano disponibili altrove. In altre parole, il professore e le sue lezioni svolgevano anche il ruolo ditrasmettere informazione e conoscenza. Un po’ come le enciclopedie stipate negli scaffali alti delle librerie delle famiglie più fortunate che potevano permettersele.

Oggi, proprio come le enciclopedie, anche quel ruolo del professore è obsoleto. Oggi qualsiasi studente, con pochi click e in pochi secondi, può accedere a centinaia di appunti, lezioni e video online che illustrano tutto quanto il prof. ha spiegato o spiegherà in classe. E’ vero che il livello non è necessariamente eccellente, ma è certo che è possibile trovare materiale di ottima qualità. In rete si possono anche “frequentare” corsi messi a disposizione dalle migliori università al mondo, in pratica su ogni argomento, dalla relatività generale alla storia dei caffè di Bogotá. Per non parlare di database e Dropbox condivisi dove gli studenti possono scaricare o consultare una quantità di libri al cui confronto la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti impallidisce.

E allora? A cosa serve, oggi, il professore? Cosa può e deve fare? La risposta che sentiamo di dare è che il compito principale del professore moderno è non più quello di trasmettere nozioni, quanto trasmettere passione ed amore per ciò che sta insegnando. Il prof. deve fare innamorare gli studenti della materia che sta loro illustrando, mostrando loro la magnifica esperienza dell’apprendimento e sottolineando quanto potranno crescere come persone e scolari. Di fronte al potere di internet, della frammentazione, degli Ipad a lezione, il professore non può vincere, ma può convincere, con parole ed azioni piene d’amore per ciò che sta insegnando. Scriveva Antoine de Saint Exupéry, l’autore de ‘Il piccolo principe’: “Se vuoi costruire una nave, quello che innanzitutto devi fare non è radunare gente che raccolga la legna, per poi assegnargli compiti e lavori, quanto piuttosto insegnargli a desiderare di solcare la sconfinata immensità del mare.”

Dunque la sfida del professore moderno sta soprattutto nel riuscire a svegliare (o risvegliare) nelle menti e nei cuori dei propri studenti il desiderio dell’apprendimento, la voglia di assaporare la magia di esplorare territori sconosciuti, la passione e la gioia che nasce dall’avvertire che il proprio cervello sta “aprendosi” in armonia con l’anima.

Se il professore sarà capace di trasmettere questo amore ai propri studenti, se sarà in grado d’incitarli a pensare con amore, indipendenza e voglia di “vedere oltre”, saranno poi gli studenti stessi a servirsi dei potentissimi strumenti moderni per trovare le nozioni di cui hanno bisogno. Il prof. moderno deve dunque essere soprattutto un trasmettitore d’amore e passione piuttosto che di informazioni e nozioni.

Per suscitare amore, è essenziale essere profondamente innamorati, nella fattispecie, innamorati di ciò che s’insegna. E la via per essere costantemente innamorati è innamorarsi continuamente. Se dunque si ambisce a infondere nei propri studenti l’amore per l’apprendimento è bene che questo amore nasca in noi continuamente. E come si ottiene questo? Apprendendo….Solo apprendendo mentre insegna, rimanendo affascinato ogni volta che si prepara e si fa lezione, solo studiando con applicazione e passione ciò che racconterà ai propri studenti, solo così si potrà conquistare il loro rispetto e far germogliare in loro l’amore. Ed essere un bravo e felice professore moderno…

Leggi l’articolo completo su: www.lundici.it

Facecast, il primo telegiornale solo per Facebook

Autore: admin - del: 6 dicembre 2014

faceSi girano intorno, si annusano e in alcuni casi, arrivano anche alle mani. Facebook e il giornalismo sono due mondi sempre meno lontani: si pensi al contributo che danno ai portali di notizie, che vedono arrivare dal social network da 1,3 miliardi di utenti fino al 20% del traffico, o al lavoro di selezione dei contenuti fatta da Menlo Park stesso per premiare quelli di qualità e fungere da contesto primario per l’avvicendarsi delle notizie. E ancora, con il lancio dell’applicazione Paper, risalente allo scorso febbraio e limitato (tutt’ora) agli Stati Uniti, Mark Zuckerberg ha praticamente ridisegnato la sua creatura pensandola come un giornale mobile.

È l’americana ABC News ad aver creato in questi giorni un ponte ulteriore fra i due pianeti. Sulla pagina Facebook dell’emittente va in onda dalla sera del 1° dicembre Facecast: The One Thing, un telegiornale di un minuto sui fatti più importanti del giorno. A snocciolare a tempo di record le notizie il noto mezzobusto David Muir. La scelta di un volto così conosciuto e amato, anche per il suo physique du rôle da star del cinema che gli è valso un posto nella lista di People degli uomini più sexy del 2014, conferma la volontà di ABC di conquistare l’attenzione del suo pubblico social: “L’importanza dei video su Facebook è crescente. Una produzione di notizie pensata per la fruizione mobile è un ottimo modo per sfruttare Facebook e coinvolgere le persone”, ha dichiarato il direttore News and Global Media Partnership Andy Mitchell. L’intenzione è quindi quella di conquistare l’attenzione degli utenti mobili del social network, che la scorsa estate hanno superato quota un miliardo, con un format costruito per creare un’ulteriore occasione di consumo di (video)notizie.

Leggi l’articolo completo su: www.corriere.it

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