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Arte del cibo, cibo per l’arte

Autore: admin - del: 2 marzo 2015

bCibo e arte hanno una relazione sempre più stretta, specialmente da quando ilfood è diventato materia di design, di fotografia, di performance. Una fotografa e food stylist russa, Tatiana Shkondina, ha realizzato un progetto in cui il cibo diventa il mezzo per riprodurre alcuni dei capolavori della pittura, quadri conosciuti in tutto il mondo che rinascono da melanzane, pomodori, pesci, funghi, cerali, pasta.

L’idea arcimboldesca dell’artista è quella di omaggiare i grandi della pittura utilizzando il soggetto che ama fotografare, assemblare, comporre, il cibo. Le opere vengono realizzate esclusivamente con alimenti freschi, fotografate e subito scomposte, perché non è l’integrità dell’opera che le interessa, quanto il concetto di bellezza effimera, che può durare un attimo e in quell’attimo risplendere.

Tra le opere di Tatiana troviamo per esempio ‘Il figlio dell’uomo’ di René Magritte realizzato con melanzane, peperoni e mele, formaggio e sale; una delle‘Composition’ di Piet Mondrian creata con anguria, cioccolato, yogurt e formaggio. La ‘Notte stellata’ di Van Gogh rinasce attraverso riso selvatico, mirtilli e pasta, in un complicato gioco di sfumature; ‘Persistenza della memoria’di Salvador Dalì, una delle composizioni più difficili, si compone di impasto per pancake, cannella, pane e semi di sesamo; ‘L’albero della vita’ di Klimt (immagine) è invece un groviglio di spaghetti e verdure. Mentre una delle vedute del monte Fuji di Hokusai, ‘Fine Wind, Clear Morning’ rinasce da fettine di salmone, tè verde e riso, in una sorta di omaggio al Giappone. E ancora Andy Warhol, Kazemir Malevich, Wassily Kandisky, Pablo Picasso: tutti i grandi della pittura diventano repliche che sorprendono per colori e consistenze, in un arte che colpisce e, perché no, fa venire un certo languorino.

Leggi l’articolo su: www.lastampa.it

La decisione di gruppo? Quasi sempre è sbagliata

Autore: admin - del: 24 febbraio 2015

decision-makingQuante volte nella nostra vita abbiamo preso decisioni di gruppo? In famiglia, a scuola, sul lavoro, nello sport, negli hobby: un’infinità. E quante volte abbiamo sbagliato? Quasi sempre, a giudicare dal nuovo libro di Cass Sunstein e Reid Hastie, intitolato “Wiser. Getting beyond groupthink to make groups smarter”. E’ possibile rimediare, però, seguendo la ricetta dei due autori.

 Sunstein sa di cosa parla per esperienza diretta, perché ha diretto l’Office of Information and Regulatory Affairs nella Casa Bianca di Barack Obama, gestendo con il suo gruppo tutti i problemi relativi ai regolamenti in ogni settore, dai diritti umani alla sanità. Ora l’autore del bestseller “Nudge”, nonché marito dell’ambasciatrice americana all’Onu Samantha Power, è tornato all’università di Harvard dove insegna alla Law School. Hastie invece è professore alla Booth School of Business della University of Chicago, dove è esperto di decision making e behavioral science.

In teoria, prendere decisioni in gruppo dovrebbe essere vantaggioso, perché si sommano le competenze e le conoscenze di tutti. In realtà, in genere è un disastro. I gruppi spesso amplificano, invece di correggere, i loro errori. Sono vittime dell’effetto “cascade”, dove i partecipanti seguono ciò che dicono i membri più importanti. Si polarizzano, prendendo alla fine posizioni più estreme di quelle che le singole persone avevano all’inizio della discussione. Enfatizzano ciò che ognuno conosce già, invece di provare ad esplorare le informazioni critiche ancora non note. In altre parole, le riunioni di gruppo servono solo a rafforzare i nostri sbagli, con i partecipanti che si convincono a vicenda dell’esattezza dei loro errori, invece di scoprirli e correggerli. Gli esempio sono infiniti, curiosi e a volte tragici, a partire dal processo decisionale che portò alla scelta di invadere l’Iraq nel 2003.

Non siamo senza speranze, però, e lo scopo di “Wiser” è proprio quello di farci diventare più saggi, restituendo al “groupthink” i vantaggi che in teoria dovrebbe avere. Il primo consiglio è quello di mettere il bavaglio ai leader: anche se un capo entra in una riunione con un’idea molto chiara di ciò che intende fare, per farlo al meglio deve tacere, ascoltare gli altri, raccogliere i contributi utili, e magari anche cambiare direzione. Oppure portare i collaboratori sulla sua posizione, dando l’impressione che ci siano arrivati per conto loro. Un esempio fatto da Sunstein è proprio quello di Obama. Durante una riunione alla Casa Bianca, un collaboratore molto giovane del presidente aveva avuto un lapsus assai comico, e la sala era scoppiata a ridere. Siccome l’incontro era quasi alla fine, i membri più senior ne avevano approfittato per alzarsi e tornare alle loro scrivanie. Obama li aveva fermati e li aveva fatti sedere, perché voleva che il giovane collaboratore si riprendesse e finisse di spiegare il suo pensiero, che era interessante nonostante la gaffe. Lo stesso esame critico della situazione non avvenne quando furono lanciati i siti internet per la sottoscrizione della riforma sanitaria. Nessuno si chiese cosa sarebbe potuto andare storto, e tutto il possibile andò storto.

Dunque la prima regola è che il leader deve saper ascoltare, incoraggiare la discussione e persino le critiche. Tutti i partecipanti devono essere spinti a condividere le informazioni che possiedono, investiti di responsabilità che li facciano sentire coinvolti, ed esposti alla prospettiva di essere premiati per il loro contributo. Invece di premiarli dopo, però, date subito qualcosa e minacciate di toglierlo se non produrranno risultati, perché il timore della privazione incentiva più della possibilità del guadagno.

Questi sono solo alcuni dei consigli contenuti nel libro, che va a fondo del problema. Qualche volta, poi, bisogna anche usare dei trucchi. Prima di prendere una decisione importante, ad esempio, il presidente Roosevelt diceva a tutti i suoi collaboratoti di essere perfettamente d’accordo con ognuno di loro, anche se ognuno sosteneva una posizione diversa. Così tutti si impegnavamo al massimo, sentendosi ascoltati. Il prezzo da pagare era che tutti poi venivano delusi, tranne quello di cui alla fine veniva accettato davvero il consiglio; il vantaggio, inestimabile, era prendere sempre la decisione più informata e corretta possibile.

 

http://www.lastampa.it/

Come fare business sul cibo con le nuove tecnologie

Autore: admin - del: 19 febbraio 2015

SC_mobile-social-big-data-468x414Nel terzo millennio il cibo prima di arrivare sulle nostre tavole, “viaggia” attraverso la rete web e questo passaggio – ormai obbligato – ha fatto nascere un nuovo settore dell’economia: l’Internet of food.
A capire più rapidamente degli altri le enormi potenzialità di questo nuovo comparto sono stati quelli di Milano Cucina che nel giro di due anni hanno messo in piedi Seeds&Chips, il primo Salone internazionale (in programma a Milano dal 26 al 29 marzo prossimi al Centro congressi MiCo) dedicato a tutte quelle imprese e startup che col cibo ci lavorano e che, allo stesso tempo, hanno deciso di innovare il loro modus operandi, digitalizzandolo.

E’ l’Internet of Food, bellezza

Il punto di partenza per Marco Gualtieri, fondatore e ideatore di Milano Cucina e del format Seeds&Chips, è stato la constatazione che ormai tutti i livelli della filiera alimentare sono costretti a confrontarsi con le nuove tecnologie. Dalla produzione agricola, passando per la trasformazione, la distribuzione, fino alla somministrazione, i modelli di business stanno cambiando alla velocità della luce rivoluzionando il mondo dell’agroalimentare. “Il nome ‘Seeds&Chips’ – spiega Gualtieri – lo abbiamo scelto proprio perché rende bene l’idea dell’agricoltura (seeds, semi) che abbraccia la tecnologia informatica più avanzata (chips)”. Non solo. Il Salone si rivolge anche a chi il cibo lo racconta: spazio dunque ai media e a tutto ciò che ruota intorno al mondo dell’informazione dedicata al settore: dalle guide ai portali, dagli hackathon al food patenting.

Il calendario degli eventi a Seeds&Chips

Tanti gli appuntamenti nell’agenda, fittissima, del Salone, tra cui seminari, workshop, incontri, con al centro sempre il cibo. In particolare verranno affrontati il problema dell’aiuto ai Paesi in via di sviluppo, il tema del legame con il territorio, della lotta agli sprechi e quello della tracciabilità. Fra gli argomenti ai quali verrà data maggiore attenzione ci sarà lo sviluppo delle colture idroponiche, perché “in un mondo che nel volgere di meno di dieci anni si avvia ad avere 8 miliardi di abitanti – sottolinea Gualtieri – la necessità di trovare nuove vie per rendere l’agricoltura più sostenibile diventa di fondamentale importanza”. Le prime due giornate del Salone saranno dedicate al business to business e le altre due al business to consumer.

Più sostenibilità grazie alla tecnologia

Insomma l’obiettivo di Seeds&Chips è quello di mettere a disposizione degli operatori il maggior numero di soluzioni innovative per “promuovere – spiega ancora Gualtieri – e migliorare il lavoro di milioni di agricoltori, coltivatori, produttori, ristoratori e professionisti del settore”. “Attraverso la tecnologia – continua – si stanno sviluppando metodi di produzione del cibo più sostenibili e più efficienti, capaci di garantire maggior produttività e minor impatto ambientale, pur utilizzando le stesse risorse. La sicurezza, la lotta allo spreco e il diritto al nutrimento, tematiche calde che ci avvicinano alla mission di Expo 2015, trovano un nuovo alleato nell’innovazione tecnologica. Per questo abbiamo scelto di organizzare a Milano il primo salone internazionale dedicato alle realtà digitali che operano nel settore”.
Finito il Salone e finito anche l’Expo, Seeds&Chips non chiuderà i battenti, ma continuerà a operare in pianta stabile, sempre a Milano, all’interno di “Copernico”, la nuovissima smart business city costruita dalla Halldis a due passi dalla Stazione Centrale e che è diventata operativa proprio in questi giorni. “L’ambizione – chiosa con una punta d’orgoglio Gualtieri – è quella di far diventare Milano la capitale mondiale dell’Internet of food”.

Da: Il sole 24 ore

Neil Young: “Il ritorno del vinile? Solo una moda”

Autore: admin - del: 11 febbraio 2015

viniliIl boom del vinile? Non è un ritorno all’ascolto di qualità, ma semplicemente una moda. Parola di Neil Young. In un’intervista alla Southern California Public Radio, l’artista canadese raffredda gli entusiasmi che hanno accompagnato la diffusione dei dati di vendita del 2014, con il vinile in forte crescita un po’ ovunque: +52% negli USA, un milione di copie vendute in UK (non accadeva dal 1997), +84% in Italia.

Risultati eclatanti, anche se agevolati da un punto di partenza molto basso. E, secondo Young, legati a ragioni non del tutto musicali e molto meno “analogiche” di quanto si potrebbe pensare. “Molte persone che oggi acquistano gli lp non sanno che ciò che ascolteranno è in realtà la versione cd dell’album, stampata su vinile”, dice Young, aggiungendo che si tratta di un percorso che le major hanno iniziato a seguire quando hanno notato l’aumento di richiesta del formato tradizionale.

 L’aspetto è quello del vinile, ma il suono sarebbe identico a quello del cd e quindi l’acquisto si ridurrebbe a “niente più che una dichiarazione di moda”. Neil Young è direttamente interessato alla questione: come musicista e imprenditore. L’intervista alla radio americana faceva parte della promozione di PonoMusic, il sistema di ascolto ad alta qualità inventato dall’artista e inaugurato su Internet all’inizio del 2015.

Leggi l’articolo completo su: www.lastampa.it

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