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Elenco articoli caregoria: Primo piano

Nel cervello un “interruttore” anti jet-lag

Autore: admin - del: 7 febbraio 2015

cervelloScoperto nel cervello un nuovo “interruttore” del ritmo circadiano che potrebbe portare a trattamenti per disturbi come la depressione stagionale, il jet-lag e gli effetti negativi sulla salute del lavoro notturno. La novità è riportata sulla rivistaNature Neuroscience.

«Abbiamo rilevato su modello animale che è possibile cambiare i ritmi sonno/veglia, stimolando artificialmente con un laser e una fibra ottica i neuroni dell’orologio biologico principale, che si trova in una zona del cervello chiamata nucleo soprachiasmatico», assicura Douglas McMahon della Vanderbilt University, che ha diretto lo studio.

Il lavoro è stato condotto sui topi: i neuroscienziati hanno scoperto che possiedono un orologio biologico quasi identico a quello degli esseri umani, con l’eccezione che il loro è maggiormente “sintonizzato” sulla vita notturna. È stata utilizzata una nuova tecnica chiamata optogenetica per manipolare il tasso di “scarica” dei neuroni del sistema nervoso centrale. Il sistema è in grado di inserire geni che esprimono proteine otticamente sensibili nelle cellule bersaglio per renderle responsive nei confronti della luce.

«Questo ha messo i neuroni-orologio sotto il nostro controllo, per la prima volta», ha spiegato il dottorando Jeff Jones, che ha partecipato alla ricerca. «Naturalmente, non è ancora possibile applicare questo approccio sull’uomo. Ma si stanno facendo progressi verso l’impiego dell’optogenetica come terapia» per vari disturbi.

Sbarca in Italia VizEat, social eating in vista Expo.

Autore: admin - del: 4 febbraio 2015

vizeatChi viaggia per lavoro lo sa bene: non c’è niente di più triste, dopo una giornata di meeting e strette di mano, del ritrovarsi a cenare da solo al ristorante dell’albergo. A questo hanno pensato Jean Michel Petit e Camille Rumani, i due soci francesi che hanno creato VizEat, la piattaforma di social eating già presente in 20 Paesi che è appena sbarcata anche in Italia. L’idea è semplice: aprire le porte delle cucine di casa agli ospiti, che siano in viaggio di lavoro o di piacere, per far scoprire loro i sapori tipici del luogo e scambiare quattro chiacchiere.

Social eating nuova leva turistica

Ritrovarsi a cena (ma anche a pranzo o al brunch domenicale) tra sconosciuti può essere anche una buona occasione per creare nuovi rapporti o per avere dai proprietari di casa qualche dritta sulla città e sulla cultura del posto. “L’Italia – spiegano i fondatori – è uno dei Paesi più visitati al mondo, ma la maggioranza dei visitatori ha ancora scambi limitati con gli italiani”. La voglia di scoprire qualcosa di più sulle tradizioni del luogo coniugata al desiderio di provare una tipica cena italiana fatta in casa potrebbe rendere il social eating un punto di forza per gli italiani.

Come funziona VizEat

Ospitare – ma anche essere ospitati – per cena è molto semplice: gli host (padroni di casa) si iscrivono al sito e propongono la data, un menù e un prezzo. Gli ospiti (guest) attratti dalla proposta inviano una richiesta di partecipazione alla serata, e pagano la cifra stabilita dal proprietario di casa direttamente sul sito di VizEat, che applica al prezzo una commissione del 15% a carico degli ospiti e che invia l’incasso all’host via PayPal il giorno successivo all’evento.

Leggi l’articolo completo su: www.ilsole24ore.com

La doppia lezione di Singapore e Londra

Autore: admin - del: 20 gennaio 2015

singapore«Ho aperto una galleria d’arte a Singapore, volevo cambiare il pavimento e fare alcuni lavori di ampliamento. Sono andato in Comune e ho chiesto l’autorizzazione, avevo con me la piantina e tutti i documenti necessari. Mi hanno detto: dobbiamo esaminare la pratica e le daremo una risposta».

Massimiliano Mucciaccia, partito da Roma nella splendida cornice di piazza d’Ara Coeli espone ora le sue retrospettive di De Chirico, Rauschenberg e molto altro a Largo della Fontanella Borghese, ha gallerie d’arte nella Capitale e a Cortina, crede di sapere come vanno queste cose, pensa all’Italia e comincia a preoccuparsi, non riesce a non tornare alla carica: «Sì, capisco, ma quanto tempo serve per esaminare la pratica e dare una risposta? Ho un programma di sviluppo e devo fare qualche calcolo». L’impiegato di Singapore lo guarda e allarga le braccia: «Lo so, ha ragione, non siamo molto veloci, l’autorizzazione l’avrà o non l’avrà entro due o tre giorni, questi sono i nostri tempi». Mucciaccia ripercorre in un lampo il film di una vita passata a inseguire delibere e autorizzazioni per aprire una galleria, spostare una parete o l’intera esposizione da un quartiere all’altro sui suoli del Bel Paese e esplode in una fragorosa risata. Quasi senza accorgersene si ritrova a parlare da solo ad alta voce: «Non si preoccupi anche una settimana va più che bene, per carità, temevo di dover aspettare mesi o anni!». La sera dopo in galleria arriva via mail l’autorizzazione, lui fa i lavori, siamo a ottobre e le vetrine si preparano al Natale, fiocchi di neve, stelle e musica addobbano le vie dello shopping, un tripudio di colori e luci scintillanti che sprigiona vitalità. Mucciaccia fa i lavori a tempo di record ed è pronto prima di Natale con la nuova galleria. Questo racconto me lo ha fatto lui direttamente, nello spiazzo che si allunga tra il Bar del Posta e il campanile in una Cortina di nuovo affollata qualche giorno fa, e ha aggiunto un commento veloce: «Un altro mondo, un altro mondo». Lo osservo, il tratto garbato e la voce bassa, è come se il racconto in punta di piedi formulasse una domanda con una risposta rassegnata: ma perché non è possibile fare così anche in Italia, che cosa lo impedisce?

 Faccio altri quattro passi e incontro Stefano Contini, toscano di nascita e veneziano d’adozione, gallerista di arte contemporanea, il cuore storico tra Venezia e Cortina e quello più nuovo in New Bond Street a Londra, e gli chiedo come va, se si è tornati a investire nell’arte, se ci sono segnali di ripresa, e lui mi risponde soddisfatto, a modo suo: «Non mi lamento, va bene, va bene. Questo Natale è meglio di quello dell’anno scorso. Intendiamoci Londra vola, si respira un’altra aria e c’è la fila di italiani, a Venezia e Cortina tirano i clienti internazionali, quel tetto di mille euro negli acquisti in contanti continua a far paura, e così molti italiani comprano e fanno i loro regali nella galleria londinese, meno male che feci la scelta di aprire lì». Prende fiato e chiude il suo ragionamento: «Ma lo capisce che cosa vuol dire lavorare in una società dove tutto è start up, dove tutto è flessibile, veloce, dove le tasse sono al 20 per cento e dove puoi dedurre tutto e pagare come meglio credi: contanti, carta di credito, assegni? L’economia italiana ha bisogno di questo shock fiscale e di regole snelle non inutilmente punitive, di null’altro, per ripartire alla grande». Guardo il campanile e le tenui fasce di luce blu che lo illuminano, osservo il via vai di questi giorni di festa, e penso che Contini ha detto la verità e, in modo diverso, anche Mucciaccia. Non avrei mai creduto che passando le giornate dietro una scultura di Mitoraj o una tela di De Chirico o di Miró, si potessero intuire così bene le ragioni amare del ritardo italiano, prima culturale poi economico. Una folata di vento taglia le persone e i pensieri, sarebbe utile che diradasse la nebbia burocratica e fiscale di casa nostra.
Leggi l’articolo su: www.ilsole24ore.com

Tablet batte tv 177 a 168

Autore: admin - del: 16 gennaio 2015

tabletAvete presente la sigla di apertura dei Simpson con la famigliola più sgangherata d?America che fa a gomitate per correre a occupare il sofà e sedersi davanti alla tv? Ebbene, se la tendenza in atto sarà confermata, presto potrebbero dover cambiare anche l?apertura della sitcom di Matt Groening mettendo Homer & Co. davanti a tablet e smartphone.Per la prima volta, precisamente già dal terzo trimestre del 2014, gli utenti statunitensi hanno passato più tempo davanti a tablet e smartphone che davanti al media per eccellenza, quello che ha contribuito a definire la storia della seconda parte del Novecento influenzando votazioni politiche, opinione pubblica, gusti, costumi e linguaggio. Ecco i dati forniti da Flurry Analytics e ComScore e rilanciati da BusinessInsider : gli americani spendono in media 168 minuti al giorno davanti ai discendenti degli schermi catodici e 177 su tablet e smartphone. In realtà la tv almeno negli Usa tende a difendersi: la media di 168 minuti regge dal primo quadrimestre del 2012, ma nello stesso arco temporale il tempo passato sui device è balzato da 109 agli attuali 177 minuti. Con la trasformazione delle abitudini di consumo (per rendersene conto basta salire su una metropolitana e osservare cosa fanno le persone) sta esplodendo il tempo passato in compagnia dei nostri nuovi migliori amici. Il tablet, in particolare, potrebbe anche diventare un succedaneo della tv o, meglio, il nuovo mezzo per vederla. Ma in generale i 177 minuti spesi negli Usa non riguardano solo i video, ma tutto l?universo dei giochi, dei social network, del «fit», della collezione di dati su cosa facciamo durante la nostra settimana. Più che la tv, sembra che a morire debba essere il palinsesto di vittoriana memoria, quello pensato ancora in fasce da prima e seconda serata, mattina e pomeriggio. Come se i lavori finissero ancora con la chiusura dei turni in fabbrica mentre la realtà ci descrive una società che sta diventando sempre più frammentata e ubiqua dal punto di vista professionale. Il secondo schermo grazie a Internet ha spostato il potere del telecomando da chi poteva decidere il palinsesto all?utente che può decidere di vedere il suo programma preferito quando e dove vuole. Netflix, il servizio più famoso di streaming video con 53 milioni di utenti che secondo i rumor che circolano dovrebbe arrivare presto anche in Italia, ne è l?archetipo e ha infatti prodotto anche in Italia dei «cloni» come Infinity di Mediaset e SkyGo di Sky, app che permettono di fermare il fluire ininterrotto della vecchia programmazione anche se va ricordato che la tv americana, via cavo, è ben diversa dalla nostra tv commerciale, quella il cui modello di business è probabilmente in seria difficoltà.

 

Leggi l’articolo completo su: www.corriere.it


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