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Una De.Co. per Amatrice: intervista a Roberto De Donno

Autore: admin - del: 26 luglio 2014

roberto De DonnoOrmai non sfugge a nessuno l’importanza, per l’Italia, di definire la sua identità di paese attraverso  la promozione dei suoi beni culturali. Beni culturali che non sono soltanto le infinite e straordinarie testimonianze archeologiche e artistiche disseminate in musei, teatri e città d’arte presenti su tutto lo Stivale, ma anche i prodotti agroalimentari tradizionali, il suo artigianato, i suoi prodotti locali. Questi fanno di una comunità, anche piccola, un fenomeno socio-culturale unico, riconoscibile, prezioso. Le De.Co, Denominazioni Comunali di origine, ideate dal grande scrittore enogastronomico Gino Veronelli, per la tutela dei “giacimenti gastronomici” d’Italia, servono a questo, a mantenere vive e feconde di sviluppo le nostre comunità.

Ci spiega di che si tratta il Prof. Roberto De Donno, autore del saggio «De.Co. Denominazioni  Comunali. Sviluppo Locale e Strumenti di Marketing territoriale». L’intervista nasce dalla circostanza che  Amatrice sta per presentare il logo del suo marchio De.Co, con cui si renderà riconoscibile nel mondo.

 

Professor De Donno, che cos’è esattamente una De.Co?

Intanto dico ciò che non è. Una De.Co. non è un marchio di qualità. Non ha nulla a che vedere con le certificazioni dell’affidabilità nata dall’iniziativa del legislatore comunitario.

Quindi è qualcosa di meno affidabile dei marchi che oggi rassicurano il consumatore sulla qualità dei prodotti?

Assolutamente no. Semplicemente è un’altra cosa. Quello che indica una certificazione De.Co. è l’origine storico-geografica di un prodotto. Un’origine grazie alla quale è resa riconoscibile esattamente e con immediatezza l’identità di un territorio. La Denominazione Comunale, nata da una Legge dello Stato, assegna ai Comuni il compito di tutelare la sopravvivenza di una tradizione enogastronomica.  È sembrato il modo migliore di non far soccombere un prodotto di nicchia. Di sottrarlo alla forza schiacciante della globalizzazione ed alla omologazione della produzione industriale.

Da quanto ne so a monte delle Denominazioni Comunali c’è un la passione libertaria di  Gino Veronelli e il rifiuto di quello che potremmo definire «pensiero unico» alimentare.

Sì, si può dire così. In effetti tutto nasce dall’idea che l’unico modo per non perdere la battaglia contro i processi alimentari massificati e massificanti del mondo moderno era quello di consegnare ai Comuni d’Italia la possibilità di salvaguardare le tipicità locali con un proprio marchio. Un compito, beninteso, che è anche la salvezza economica e produttiva di comunità altrimenti destinate a sparire. Se un Comune dichiara, che un certo prodotto, ad esempio l’Amatriciana, per essere davvero tale ha bisogno di ingredienti che hanno una precisa origine e precisi produttori, fa marketing. Un marketing che, grazie alla De.Co. ha più facilità ad entrare sul mercato.

Una delle cose più difficili per realtà locali di medie e piccole dimensioni, anche se sono ricche di storia e di cultura, quella di stare sul mercato…

Certo. Un marchio che serva a far individuare il luogo d’origine e peculiare di un certo prodotto, vuol dire aiutare le imprese locali. Se poi, in un territorio, c’è la capacità di fare rete tra Comuni, si può produrre uno sviluppo di proporzioni sorprendenti.

Può fare un esempio di una provincia che possiamo prendere a modello?

Vicenza. A Vicenza è nato un Consorzio di Comuni che hanno saputo tutelare le loro produzioni tradizionali e promuovere il territorio, sia sotto il profilo turistico che ambientale, proprio grazie alle Denominazioni Comunali di Origine. Sono stati bravissimi a fare rete tra enti locali.

Altri esempi?

Ce ne sono diversi. Penso a Milano. Si è visto che in tanti ristoranti americani, cuochi di seconda e terza generazione di genitori italiani facevano una cucina italiana che poco e niente aveva a che vedere con le ricette originarie. Si è pensato di fare un po’ di sana formazione attraverso chef italiani come Gualtiero Marchesi per insegnare a cucinare un vero risotto alla milanese.

Anche l’Istituto Alberghiero di Rieti, con una sezione ad Amatrice, può diventare un ottimo ambasciatore del patrimonio gastronomico. Già sta facendo molto.

Certo! Mi dicono sia una scuola d’eccellenza.

Lo è.

E allora, serve solo una buona dose di amore per la propria storia e un buon uso di uno strumento come le De.Co per ottenere ottimi risultati.

E quindi non resta che fare gli auguri al Comune di Amatrice e al logo che sarà presentato domenica prossima presso il Centro Culturale san Giuseppe, alle 17.00. Grazie Professore.

Grazie a lei e mi associo agli auguri.

Da: http://www.ilgiornaledirieti.it/

Roberto De Donno: venerdì 8 agosto a Sammichele di Bari

Autore: admin - del: 23 luglio 2014

libroVenerdì 8 agosto start 21:00
Prof. Roberto De Donno presenta il suo libro:
“De.Co. Denominazioni Comunali Sviluppo Locale e Strumenti di Marketing Territoriale”
Veronelli Editore

Presentazione che si terrà:
Il Vignale Di Bonerba Via P. Mafalda 16
70010 Sammichele di Bari, Bari (Puglia), Italy
Zampina & Co – il tipico presentato in modo atipico !

Il volume ha il pregio principale di affrontare tematiche complesse con stile narrativo, e si articola in quattro parti: l’apertura è dedicata ad una complessa indagine storica sulla tradizione gastronomica italiana, ricca di riflessioni anche socio-letterarie. La seconda mostra, attraverso il confronto delle De.Co. con le normative nazionali ed europee, le criticità della loro adozione; mentre la terza analizza le potenzialità delle De.Co. come strumento di marketing territoriale. L’ultima parte, infine, propone le esperienze dei comuni di Caltagirone, Mezzago, Sarule e Specchia, rappresentativi di una politica di valorizzazione territoriale che, attualmente, coinvolge le Amministrazioni più lungimiranti e ben radicate.

La lettura incita l’immaginario e la storia diventa attuale, associando, al ritmo narrativo delle parole, un’esperienza estetica e polisensoriale, lasciando spazio al ricordo dei nostri “passati” e alla riflessione sui valori futuri. Solo riproponendo sul palcoscenico globale l’identità di un territorio è possibile sconfiggere l’assedio dell’uniformità di contenitori e contenuti culturali, sociali, gastronomici, artigianali.

Il volume è un utile strumento per quanti desiderano approfondire il processo di valorizzazione identitaria “dal basso”, rivolgendosi non solo agli amministratori comunali ma anche al vasto pubblico di professionisti, docenti, studenti e cittadini che desiderano avere una reale conoscenza dello strumento di marketing territoriale per lo sviluppo endogeno del territorio.

“Salento loves you”

Autore: admin - del: 4 luglio 2014

salentoL’idea dei giovani leccesi riceve l’ok e l’appoggio di “Repubblica Salentina”

Capovolto lo slogan tipo “I love NY”, ora è il territorio che ama le persone, con “Salento loves you”

La giovane start up “Landwear” lancia un’operazione di marketing territoriale: il Salento e le sue città ricambiano l’amore che ricevono

Nel 1977 è stata la città della “grande mela” americana a lanciare lo slogan “I love NY” e da lì sono seguite tutte le città del mondo, nessuna esclusa. A Roma, ad esempio, probabilmente la t-shirt più venduta in assoluto oggi è proprio quella con su scritto “I ♥ Rome”. Ed oggi, dopo 37 anni di repliche, una giovanissima start up di Lecce, “Landwear – il territorio addosso”, con una brillante operazione di marketing territoriale capovolge la formula e dichiara che è il Salento insieme alle sue città ad amare le persone.

 Può sembrare una cosa da poco ma non lo è. Con questo messaggio infatti il territorio intende esprimere concretamente il proprio affetto sia verso le persone che ci abitano e ci vivono che verso i suoi ospiti, turisti e visitatori. Una nuova campagna, quindi, che opererà via web, sui social network e attraverso una nuovissima e colorata linea di t-shirt su cui sono riportati in grande i messaggi: “Salento ♥ me”, “Lecce ♥ me”, “Gallipoli ♥ me”, “Otranto ♥ me”, “Leuca ♥ me” e “Porto Cesareo ♥ me”. Per cominciare. I ragazzi, che ovviamente hanno pensato bene di registrare il marchio, si stanno ora occupando della rete commerciale che prevede una decina di punti vendita distribuiti su tutto il territorio.

I più attenti avranno poi notato anche la sottile genialità linguistica, ossia che la dicitura “Salento ♥ me” può essere interpretata sia in inglese (Salento loves me) che in italiano (Salento ama me). Sagace.

Ancora una volta stiamo parlando di una storia di giovani e della loro intraprendenza. “LandWear” ha infatti proposto questa sua nuova idea al consolidato movimento dei ragazzi di “Repubblica Salentina” e ha ottenuto il loro placet e la loro preziosa collaborazione in termini di comunicazione, promozione e operatività commerciale.

«Abbiamo voluto pensare ad un modo originale per far rimanere “addosso” ai turisti la bellezza e la passione di questa terra – raccontano i giovani di Landwear – e volevamo trasmettere il messaggio che il Salento, oltre ad essere amato, è un territorio capace di amare. Così abbiamo ideato una nuova linea di magliette con la personalizzazione delle città e dei luoghi che sono sempre più apprezzati da italiani e turisti provenienti da ogni parte del mondo. Per noi è stato fondamentale il consenso ottenuto da “Repubblica Salentina” (e dalla società “Arianoa”) che ha concesso il proprio logo e che ci sta aiutando nella distribuzione delle t-shirt, mostrandosi ancora una volta pronta a sostenere le giovani idee d’impresa del territorio.»

E’ un caso che questa idea sia nata proprio nel Salento? Pensiamo di no. E’ come se questo territorio, tanto valorizzato e “scoperto” negli ultimi anni , cercasse un modo per ricambiare la grande attenzione che le persone stanno sempre più dimostrando nei suoi confronti. Dalla vittoria per due anni consecutivi, con votazione popolare, del titolo di “Territorio dell’Anno” (2013 e 2014) all’infinita serie di articoli e pubblicazioni sulla stampa internazionale (NY Times, The Guardian, …), senza trascurare le classifiche pubblicate di recente di Trivago eTripadvisor che vedono le mete salentine sempre al top delle ricerche e delle richieste.

E ora indovinate un po’ qual è l’auspicio di questi ragazzi: vedersi ordinare materiale dalle città di Roma, Venezia, Firenze e, perché no, da New York….

Doug Scott (OgilvyEntertainment): così è oggi la miglior pubblicità, che dal design può imparare tanto

Autore: admin - del: 15 giugno 2014

Doug+ScottLa comunicazione oggi deve confrontarsi con il concetto di utilità per farsi accettare. Succede se vuole presidiare valori condivisi, scambiare contenuti con dati, definire il valore della marca attraverso il prodotto. Intervista a Doug Scott, presidente e fondatore di OgilvyEntertainment, USA, che al Festival di Cannes sarà presidente della giuria Branded Content & Entertainment Lions

Alla scorsa edizione del Festival è emerso tra i principali trend quello identificato come ‘social good’. Moda o punto di non ritorno?

Molte grandi corporation cercano di avere un impatto positivo sulla società attraverso le politiche di CSR. È un fatto che vale già un riconoscimento e un evviva. Non considero questo atteggiamento come una moda passeggera, ma piuttosto come un’opportunità creativa per far crescere la consapevolezza di tematiche importanti e un buon modo per accrescere l’impatto sociale delle corporation. Sovente, la narrazione utilizzata per questo tipo di campagne ha un forte impatto emotivo. Il miglior consiglio che posso dare a riguardo è che le imprese cerchino una connessione su valori condivisi di modo che i consumatori desiderino fare la loro parte. Un ottimo esempio è la campagna ‘Immortal Fans’ che Ogilvy Brazil ha realizzato con la squadra di calcio del Recife per aumentare la conoscenza della donazione di organi, con una donor card in cambio della scelta di donare gli organi che permette di fare il tifo per il Recife ‘per sempre’. Oltre 51.000 tifosi hanno deciso di partecipare e la donazione di organi nel Paese è aumentata in un anno del 54%.

Le tecnologie digitali sono pervasive, a volte anche troppo. Come dovrebbe muoversi una marca che voglia utilizzare tecnologie innovative e raccogliere dati utili senza essere percepita come una minaccia per la privacy o intrusiva?

I consumatori oggi cercano contenuti gratis, app che siano utili e un maggior riconoscimento da parte delle marche con cui entrano in relazione. Perciò le aziende devono per prima cosa cercare di capire il valore dello scambio tra informazioni personali e il mondo della marca. Dopo di che si può cominciare a costruire un profilo di ciascun consumatore, trasformando queste informazioni grezze in ‘smart data’ in grado di generare grandi emozioni.

Cosa vogliono le persone oggi dalla pubblicità? Come cerchi di assimilare il concetto di user experience nel tuo lavoro e nella relazione tra la marca e il suo pubblico?

La gente vuole ricevere il messaggio corretto attraverso il medium più adatto e al momento giusto con l’offerta più congeniale. Da quando i consumatori hanno il pieno controllo del ‘quando’ e del ‘come’ avere a che fare con le marche, il modo per connettersi con loro è essere inclusivi e intuitivi senza essere intrusivi. La miglior pubblicità tiene in considerazione le abitudini di consumo mediale del consumatore, comprendendo le preferenze di ciascuno mentre crea qualcosa che sia realmente desiderabile e sociale attraverso il design.

Leggi l’articolo completo su: http://www.brand-news.it/


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