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A Casa Bari per ordinare il panzerotto di Bibolotti

Autore: admin - del: 24 settembre 2014

bariiiiiBARI — Una pizza fantasia alla Joao Paolo, un panzerotto (con la ricotta forte) alla Giovanni Loseto, spaghetti in salsa Cobra-Tovalieri (all’assassina), salmone alla Kennet Anderson e zuppa di pesce alla Igor Protti: potrebbero essere questi i piatti forti del nuovo Casa Bari Caffè, risto-bar a metà tra calcio e marketing in rampa di lancio nelle prossime settimane. Il club guidato da Gianluca Paparesta, insieme alla Planéte Affaires di Giampaolo Panza che ha acquisito per una cifra vicina ai 700 mila euro la concessione per i prossimi cinque dei diritti del marchio FC Bari 1908 legato ai prodotti enogastronomici, lancerà un locale dove tutto, dall’arredamento ai piatti e alle torte, sarà brandizzato con il nuovo logo del galletto. L’operazione si inquadra nell’innovativo modello di gestione del club che l’ex arbitro ha dichiarato di voler realizzare, spingendo l’acceleratore sul fattore “appartenenza” che lega il popolo del San Nicola alla squadra della città. Il progetto, che sarà ufficialmente presentato ad inizio settembre, prevede la realizzazione di un locale biancorosso che diventerà per i tifosi del Bari una vera di tappa obbligata: con una periodicità stabilita saranno ospiti capitan Caputo e compagni mentre si potrà unire la passione per la gastronomia del territorio con un selfie insieme al proprio beniamino.

 La Planéte Affaires ha già intavolato delle trattative con alcuni tra i maggiori ristoratori della città (dai gestori de Al Pescatore e Giampaolo ai De Napoli): i contatti sono in stato avanzato e ogni operazione deve tenere debitamente conto della crisi economica in corso. Secondo le previsioni, però, entro la fine del mese si definirà con uno di questi imprenditori il piano di sviluppo. «Avrà per i sostenitori della Bari lo stesso fascino di un Hard Rock Cafe», spiegano gli ideatori dell’iniziativa, e sulle pareti potrebbero essere riproposte divise d’epoca del club o foto dei gol più belli della storia siglati da bomber amati come Pietro Maiellaro o Cristian Galano. Il primo spazio biancorosso sarà inaugurato nel centro murattiano (nelle vicinanze di Via Sparano) o a Poggiofranco (le opzioni sono al vaglio degli investitori). Ma questo è solo l’inizio. Casa Bari Caffè oltrepasserà i confini della Puglia per aprire in futuro una sede a Milano: proprio il capoluogo meneghino ha ospitato raduni di oltre duecento ultras biancorossi incollati allo schermo del pub Roca’s per seguire le prodezze di Sciaudone e Defendi negli ultimi play off. Dal “panino biancorosso” al risotto alla Mujesan, la fantasia dei tifosi del Bari è già scatenata. I promotori confermano che il ristorante diverrà la vetrina delle eccellenze gastronomiche pugliesi, e il menù si avvarrà anche delle invenzioni di Almo Bibolotti, il cuoco vincitore morale di MasterChef. Casa Bari Caffè avrà anche un angolo per la vendita del merchandising degli undici guerrieri di Mangia. Mancherà solo un servizio: la ricevitoria delle scommesse. La piazza pugliese, su questo fronte, ha già pagato un pesante dazio.

Da: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/

Raddoppiate in un anno le aziende che puntano sul marchio «Milano»

Autore: admin - del: 19 settembre 2014

safe_imageTra il 1985 e il 1992, l’Alfa Romeo — storico marchio milanese la cui milanesità nel tempo si è annacquata fino a sparire — spediva negli Stati Uniti un suo modello, l’Alfa 75, che oltreoceano cambiava nome in Alfa Milano. Negli Usa, Milano è anche il nome di un noto tipo di dolce (una sorta di piccolo sandwich di biscotto ripieno di cioccolato) prodotto serialmente dalla storica ditta del Connecticut, Pepperidge Farm. Pure la catena inglese Pizza Express — appena venduta ai cinesi per 1,5 miliardi di dollari — in Irlanda si chiama Milano. Un nome, insomma, finora sinonimo di auto e cibo, senza particolari riferimenti all’immagine della città. Oggi, però, sempre più aziende non milanesi — italiane e straniere — inseriscono Milano nella loro ragione sociale con uno scopo ben preciso: identificare un sentimento collettivo capace di scuotere mercato e affari. Nel 2013, secondo la Camera di commercio di Monza e Brianza, le aziende con la parola magica Milano nella denominazione sono quasi raddoppiate da 52 del 2010 a 96. E anche dall’estero. Di 106 marchi comunitari depositati dal 2013 contenenti il nome della città, ben 27 sono stranieri. Uno su quattro. È passata alle cronache la recente aggiunta del nome Milano per aziende come la Fulgor di Gallarate, con lo scopo di sfruttare l’immagine di nicchia della Milano del design per vendere all’estero i propri elettrodomestici. Un altro caso riguarda la valigeria comasca Bric’s che ha lanciato Bric’s Milano, guardacaso per il mercato statunitense dove Milano equivale a una novella forma di dolcevita . Un altro esempio sono le aziende cosmetiche italiane che, in massa, stanno integrando con la parola Milano il loro marchio, per dare un senso di eleganza e innovazione: è successo con la brianzola Pupa e la bergamasca Kiko, oltra alla milanese Deborah. C’è pure Milano Cosmetics. Non poteva mancare, poi, l’abbigliamento: Brian & Berry (Boggi) è diventato Brian & Berry Milano (e Boggi Milano) per sfruttare il nome della città in cui i titolari si sono spostati da Monza. Ancora, un’azienda bavarese, la Schoshoes Milano, vende scarpe di finitura lombarda mentre nascono grandi siti Internet di vendita, come l’americano Milano Shoes, che vantano migliaia di seguaci sui social network. Tuttavia, l’immagine della città risulta poco fedele alla realtà, più sfruttata per cavalcare la contingenza che per altro. «L’immagine che si ha all’estero di Milano è frutto di stereotipi, sentito dire e trasferimenti mediatici — spiega il presidente del Comitato brand Milano, il professor Stefano Rolando, l’uomo del marchio Italia, ex direttore generale alla Presidenza del Consiglio tra l’85 e il ‘95 —, ma il capoluogo non è soltanto icone di lusso, moda, cibo e spettacolo. Ci sono scienza, ricerca, energia, terzo settore, arte, sport. È questa la difficoltà che stiamo incontrando per dare un “racconto” della città metropolitana in vista di Expo. Perché Milano ha una natura duale di cui bisogna trovare una sintesi: italiana ma europea, industriale e creativa, ricca e povera, materiale e immateriale, capitale del lavoro e regno della finanza».

 

Da: “il Corriere della Sera”

Zhou, banchiere da top ten dopo la corsa al made in Italy

Autore: admin - del: 15 settembre 2014

zhouZhou Xiaochuan, 66 anni, da 12 è il governatore  della People’s bank of China.

In Italia ha fatto caccia grossa.  nel giro di sei mesi la sua banca ha messo sul piatto 3,1 miliardi su Piazza Affari.  Prima con la strategia dei piccoli passi per non far lievitare il prezzo delle azioni. Poi, ha scoperto le carte e a raffica ha investito in Eni, Enel, Fiat, Telecom italia, Prysmian. l’ultimo affare è di qualche giorno fa, con una puntata su Generali di cui ha messo in portafoglio il 2,014%. tanto che la banca del Popolo è stata è stata la new entry della classifica “Borsa 2014″. Un ranking scalato fino a piazzarsi all’ottavo posto.

Difficile fare i calcoli, ma si stima che il valore di portafoglio di aziende quotate italiane arrivi a sfiorare 8 miliardi.

Leggi l’articolo completo su: Il Corriere della Sera

Essere pellegrini sulla via per ritrovare pace e bellezza

Autore: admin - del: 8 settembre 2014

IL CAMMINO DI SANTIAGO DE COMPOSTELA 1Un anno fa la Regione ha approvato il tracciato della Via Francigena del Sud, percorsa nel Medioevo dai pellegrini che si spingevano fino a Gerusalemme, scegliendo i porti pugliesi per l’imbarco. Da Canterbury a Roma – il primo pellegrino è datato 990- e quindi da Roma verso la Puglia, spessissimo passando da Monte Sant’Angelo, per pregare sulla tomba dell’Arcangelo prima del viaggio in mare. Ma la devozione portava i pellegrini anche verso la Galizia, verso la finibus terrae  e la to,ba di San Giacomo.. Questo ramo, il cammino di Santiago di Compostela, è percorso,  a piedi o in bicicletta, ogni anno a migliaia di persone.

Quando si cammina, zaino in spalla, si è soli con se stessi, ma insieme a tanti altri: avvicinarsi a Santiago, percorrere anche solo qualche tappa e non tutti i 900 chilometri, iniziando dal lato spagnolo o francese  dei Pirenei, è quasi  creare una comunità di uomini e donne di tutte le età che cercano la fontanella prima di attraversare sotto al sole immense distese di  campi dove non c’è null’altro che stoppie tagliate, qualche vbigneto e le montagne in lontananza.

Lungo il cammino c’è chi prega e chi ripensa ad amori perduti con la voglia di ricominciare; c’è chi cede allo sconforto della fatica a chi si lascia andare alla vastità  senza confini di una  terra pulsante; e c’è  chi approfitta del viaggio per ritrovare la bellezza di un luogo noto, come la cattedrale di Pampalona. E si arriva alla fine del percorso, anche senza raggiungere Santiago, con una conchiglia in mano (simbolo del cammino, che i pellegrini quelli veri , raccoglievano a Finisterre e usavano per bere).

Leggi l’articolo completo su: http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/


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