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L’Incognita cinese tra Russia e Occidente

Autore: admin - del: 29 settembre 2014

russiaLa Russia e l’Occidente hanno imboccato un sentiero che conduce a un confronto pericoloso e senza via d’uscita. I combattimenti nell’est dell’Ucraina si intensificheranno nelle prossime settimane, e l’introduzione, probabilmente entro settembre, di sanzioni europee e americane ancor più dure avranno un impatto negativo sull’economia russa. Malgrado l’aggravarsi delle tensioni, tuttavia, non siamo (ancora) davanti a una nuova Guerra fredda. E i motivi sono due. Innanzitutto, gli Stati Uniti e l’Europa non nutriranno mai, nei confronti dell’Ucraina, quell’interesse che infiamma invece Mosca. Ancor più importante è il fatto che la Russia non è l’Unione Sovietica, essendo venuti a mancare l’antico potere seduttivo dell’ideologia, la capacità militare globale e la rete delle alleanze. Mosca non ha i mezzi per proiettare la sua potenza su scala globale.
C’è però un evento che potrebbe rendere molto più probabile una nuova forma di Guerra fredda. Nell’eventualità, tuttora poco plausibile, che la Cina decidesse di allineare i suoi interessi con quelli russi, il rischio di un grande scontro tra potenze aumenterebbe rapidamente e in misura sostanziale. Tornerò su questo punto tra poco.

Il conflitto della Russia con l’Occidente sull’Ucraina si farà più minaccioso. Misure sanzionatorie più drastiche da parte di Stati Uniti ed Europa non cambieranno l’approccio russo, poiché Putin ha deciso che questo Paese debba restare nell’orbita russa per trasformarsi prima o poi in un elemento cruciale della sua «Unione eurasiatica», l’alleanza economica che oggi comprende il Kazakistan e la Bielorussia. Putin vorrebbe trasformare questa comunità economica in un’unione politica e militare.
A questo scopo, deve bloccare il tentativo dell’Ucraina di aderire all’Europa e può farlo soltanto creando instabilità nell’assetto politico ed economico del Paese – quanto basta per costringerlo a riscrivere la costituzione, attribuendo ai governi regionali maggior peso nelle decisioni di politica estera e commerciale. Tramite gli alleati di Mosca nelle province di Donetsk e di Luhansk, questa modifica costituzionale consentirebbe alla Russia di imporre il suo veto al sogno europeo di Kiev.

Mosca si volgerà verso l’Asia in generale e Pechino in particolare. A maggio, Russia e Cina hanno firmato un contratto storico per la fornitura di gas – un accordo trentennale da 400 milioni di dollari – le cui trattative si trascinavano da anni. Putin ha segnato la vittoria diplomatica che gli stava a cuore, dimostrando ad americani ed europei che la Russia ha altri partner commerciali. Pechino ha spuntato il prezzo che voleva per assicurarsi forniture energetiche a lungo termine, e continuerà a trattare con Mosca in altri settori commerciali da una posizione di forza.

Al momento, la Cina cercherà di attenuare qualsiasi screzio nei rapporti con Ue e Usa, i suoi principali partner commerciali. Le esigenze dell’ambizioso programma di riforme economiche varato dalla Cina richiedono un clima di stabilità internazionale, senza il quale non è possibile assicurare al Paese una crescita economica regolare. Eppure, i migliorati rapporti tra Cina e Russia continueranno a meritare grande attenzione da parte delle potenze occidentali. A Pechino importa poco dell’Ucraina, ma i suoi leader non vogliono vedere la Russia spinta nell’angolo da americani ed europei. L’atteggiamento risentito dell’Occidente nei confronti della Cina incoraggerà Pechino ad aiutare i russi nel momento del bisogno.
Più preoccupante è invece l’ipotesi che il programma cinese di riforme, senza precedenti per portata e complessità, possa deragliare, provocando disordini sociali in Cina al punto da indurre Pechino a scatenare una guerra per raccogliere attorno a sé il sostegno della popolazione. Il bersaglio più probabile delle provocazioni cinesi è il Giappone, alleato fondamentale degli Usa e storico avversario della Cina. Pechino potrebbe anche esercitare pressioni sui Paesi confinanti, Vietnam e Filippine, nel Mar cinese del sud. Entrambe queste azioni rischiano di sollecitare una reazione da parte di Washington e inasprire le tensioni tra i due Paesi nel momento peggiore. In entrambi i casi, Pechino potrebbe trovare un vantaggio strategico nel migliorare i rapporti di sicurezza con Mosca.

Un’alleanza formale tra Cina e Russia è tuttavia poco probabile nel prossimo futuro. Nessuno dei due Paesi può permettersi di voltare completamente le spalle alle economie e agli investimenti occidentali; le storiche diffidenze tra Mosca e Pechino potrebbero essere difficili da superare; e i governi e le risorse dell’Asia centrale, situati tra Russia e Cina, potrebbero innescare concorrenza, anziché collaborazione. Pechino vede già che l’economia russa, dipendente dalle esportazioni energetiche, è in declino, e l’atteggiamento aggressivo di Mosca verso l’Occidente, se da un lato contribuisce a spiazzare l’America, dall’altro potrebbe costringere la Cina a fare passi diplomatici che Pechino preferirebbe evitare.
Ma questo scenario potrebbe modificarsi con l’evolversi della situazione in Cina, e i conflitti come quello in Ucraina e nei mari attorno al gigante asiatico potrebbero svilupparsi causando la nascita di collaborazioni e opportunità anche nei posti più impensati. È un rischio, questo, che occorre valutare attentamente nei mesi e negli anni a venire.

Da: www.ilcorriere.it

A Casa Bari per ordinare il panzerotto di Bibolotti

Autore: admin - del: 24 settembre 2014

bariiiiiBARI — Una pizza fantasia alla Joao Paolo, un panzerotto (con la ricotta forte) alla Giovanni Loseto, spaghetti in salsa Cobra-Tovalieri (all’assassina), salmone alla Kennet Anderson e zuppa di pesce alla Igor Protti: potrebbero essere questi i piatti forti del nuovo Casa Bari Caffè, risto-bar a metà tra calcio e marketing in rampa di lancio nelle prossime settimane. Il club guidato da Gianluca Paparesta, insieme alla Planéte Affaires di Giampaolo Panza che ha acquisito per una cifra vicina ai 700 mila euro la concessione per i prossimi cinque dei diritti del marchio FC Bari 1908 legato ai prodotti enogastronomici, lancerà un locale dove tutto, dall’arredamento ai piatti e alle torte, sarà brandizzato con il nuovo logo del galletto. L’operazione si inquadra nell’innovativo modello di gestione del club che l’ex arbitro ha dichiarato di voler realizzare, spingendo l’acceleratore sul fattore “appartenenza” che lega il popolo del San Nicola alla squadra della città. Il progetto, che sarà ufficialmente presentato ad inizio settembre, prevede la realizzazione di un locale biancorosso che diventerà per i tifosi del Bari una vera di tappa obbligata: con una periodicità stabilita saranno ospiti capitan Caputo e compagni mentre si potrà unire la passione per la gastronomia del territorio con un selfie insieme al proprio beniamino.

 La Planéte Affaires ha già intavolato delle trattative con alcuni tra i maggiori ristoratori della città (dai gestori de Al Pescatore e Giampaolo ai De Napoli): i contatti sono in stato avanzato e ogni operazione deve tenere debitamente conto della crisi economica in corso. Secondo le previsioni, però, entro la fine del mese si definirà con uno di questi imprenditori il piano di sviluppo. «Avrà per i sostenitori della Bari lo stesso fascino di un Hard Rock Cafe», spiegano gli ideatori dell’iniziativa, e sulle pareti potrebbero essere riproposte divise d’epoca del club o foto dei gol più belli della storia siglati da bomber amati come Pietro Maiellaro o Cristian Galano. Il primo spazio biancorosso sarà inaugurato nel centro murattiano (nelle vicinanze di Via Sparano) o a Poggiofranco (le opzioni sono al vaglio degli investitori). Ma questo è solo l’inizio. Casa Bari Caffè oltrepasserà i confini della Puglia per aprire in futuro una sede a Milano: proprio il capoluogo meneghino ha ospitato raduni di oltre duecento ultras biancorossi incollati allo schermo del pub Roca’s per seguire le prodezze di Sciaudone e Defendi negli ultimi play off. Dal “panino biancorosso” al risotto alla Mujesan, la fantasia dei tifosi del Bari è già scatenata. I promotori confermano che il ristorante diverrà la vetrina delle eccellenze gastronomiche pugliesi, e il menù si avvarrà anche delle invenzioni di Almo Bibolotti, il cuoco vincitore morale di MasterChef. Casa Bari Caffè avrà anche un angolo per la vendita del merchandising degli undici guerrieri di Mangia. Mancherà solo un servizio: la ricevitoria delle scommesse. La piazza pugliese, su questo fronte, ha già pagato un pesante dazio.

Da: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/

Raddoppiate in un anno le aziende che puntano sul marchio «Milano»

Autore: admin - del: 19 settembre 2014

safe_imageTra il 1985 e il 1992, l’Alfa Romeo — storico marchio milanese la cui milanesità nel tempo si è annacquata fino a sparire — spediva negli Stati Uniti un suo modello, l’Alfa 75, che oltreoceano cambiava nome in Alfa Milano. Negli Usa, Milano è anche il nome di un noto tipo di dolce (una sorta di piccolo sandwich di biscotto ripieno di cioccolato) prodotto serialmente dalla storica ditta del Connecticut, Pepperidge Farm. Pure la catena inglese Pizza Express — appena venduta ai cinesi per 1,5 miliardi di dollari — in Irlanda si chiama Milano. Un nome, insomma, finora sinonimo di auto e cibo, senza particolari riferimenti all’immagine della città. Oggi, però, sempre più aziende non milanesi — italiane e straniere — inseriscono Milano nella loro ragione sociale con uno scopo ben preciso: identificare un sentimento collettivo capace di scuotere mercato e affari. Nel 2013, secondo la Camera di commercio di Monza e Brianza, le aziende con la parola magica Milano nella denominazione sono quasi raddoppiate da 52 del 2010 a 96. E anche dall’estero. Di 106 marchi comunitari depositati dal 2013 contenenti il nome della città, ben 27 sono stranieri. Uno su quattro. È passata alle cronache la recente aggiunta del nome Milano per aziende come la Fulgor di Gallarate, con lo scopo di sfruttare l’immagine di nicchia della Milano del design per vendere all’estero i propri elettrodomestici. Un altro caso riguarda la valigeria comasca Bric’s che ha lanciato Bric’s Milano, guardacaso per il mercato statunitense dove Milano equivale a una novella forma di dolcevita . Un altro esempio sono le aziende cosmetiche italiane che, in massa, stanno integrando con la parola Milano il loro marchio, per dare un senso di eleganza e innovazione: è successo con la brianzola Pupa e la bergamasca Kiko, oltra alla milanese Deborah. C’è pure Milano Cosmetics. Non poteva mancare, poi, l’abbigliamento: Brian & Berry (Boggi) è diventato Brian & Berry Milano (e Boggi Milano) per sfruttare il nome della città in cui i titolari si sono spostati da Monza. Ancora, un’azienda bavarese, la Schoshoes Milano, vende scarpe di finitura lombarda mentre nascono grandi siti Internet di vendita, come l’americano Milano Shoes, che vantano migliaia di seguaci sui social network. Tuttavia, l’immagine della città risulta poco fedele alla realtà, più sfruttata per cavalcare la contingenza che per altro. «L’immagine che si ha all’estero di Milano è frutto di stereotipi, sentito dire e trasferimenti mediatici — spiega il presidente del Comitato brand Milano, il professor Stefano Rolando, l’uomo del marchio Italia, ex direttore generale alla Presidenza del Consiglio tra l’85 e il ‘95 —, ma il capoluogo non è soltanto icone di lusso, moda, cibo e spettacolo. Ci sono scienza, ricerca, energia, terzo settore, arte, sport. È questa la difficoltà che stiamo incontrando per dare un “racconto” della città metropolitana in vista di Expo. Perché Milano ha una natura duale di cui bisogna trovare una sintesi: italiana ma europea, industriale e creativa, ricca e povera, materiale e immateriale, capitale del lavoro e regno della finanza».

 

Da: “il Corriere della Sera”

Zhou, banchiere da top ten dopo la corsa al made in Italy

Autore: admin - del: 15 settembre 2014

zhouZhou Xiaochuan, 66 anni, da 12 è il governatore  della People’s bank of China.

In Italia ha fatto caccia grossa.  nel giro di sei mesi la sua banca ha messo sul piatto 3,1 miliardi su Piazza Affari.  Prima con la strategia dei piccoli passi per non far lievitare il prezzo delle azioni. Poi, ha scoperto le carte e a raffica ha investito in Eni, Enel, Fiat, Telecom italia, Prysmian. l’ultimo affare è di qualche giorno fa, con una puntata su Generali di cui ha messo in portafoglio il 2,014%. tanto che la banca del Popolo è stata è stata la new entry della classifica “Borsa 2014″. Un ranking scalato fino a piazzarsi all’ottavo posto.

Difficile fare i calcoli, ma si stima che il valore di portafoglio di aziende quotate italiane arrivi a sfiorare 8 miliardi.

Leggi l’articolo completo su: Il Corriere della Sera


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