facebook twitter linkedin viadeo
Italiano flagArabo flagInglese flagFrancese flagTedesco flagPortoghese flagRusso flagSpagnolo flag

Categorie

Articoli recenti

Commenti recenti

Elenco articoli caregoria: Primo piano

Il tuo comune ha un Brand?

Autore: Ilenia Tesoro - del: 9 settembre 2015

20141209_amatriceOgni nazione ha un’identità che viene associata a degli stereotipi che più o meno condizionano l’economia. Parliamo di nazioni grandi, con identità ben precise che lo distinguono da tutto il resto del mondo.
A quale italiano non è mai capitato di essere associato al Paese degli spaghetti e la pizza. Oppure se pensiamo all’identità della Germania, macchine eccellenti e dallo stile inconfondibile.
Si, parliamo di identità forti e ben chiare.
Ma la grandezza non è tutto. Come in tutte le cose, va seguito l’esempio. Anche un piccolo comune può essere identificato per il brand.
Io per passione, mi occupo di marketing territoriale, e considero importante il fatto che ogni comune abbia un proprio brand, una propria identità territoriale.

Immaginate se tutti i comuni d’Italia avessero un brand, qualcosa da comunicare.
Ad esempio, Amatrice ha gli spaghetti all’amatriciana!
Maranello ha la Ferrari.
Alba ha il tartufo.
Mirabella Imbaccari ha il tombolo.
Como ha la seta.
Cantù ha il legno.

Il tuo comune ha un brand? Ha una forte identità?
Comunicaci il brand della tua città.

Ecco come cambia la nuova tecnologia: per scaricare un film basterà un minuto

Autore: admin - del: 10 marzo 2015

aChe cosa è la banda ultralarga?  

È una rete che permette di avere una velocità superiore a 30 Megabit per secondo. Serve non solo a navigare più veloce ma anche ad accedere ai servizi più evoluti come la fruizione di film e programmi di intrattenimento.

Che cosa cambia in termini di velocità?  

Per scaricare un brano musicale con una connessione in Adsl (che comporta l’utilizzo solo di cavi in rame dalla centrale telefonica) alla velocità di 5 Megabit per secondo si impiegano 5 secondi, una connessione in fibra a 100 Mega impiega circa 0,3 secondi. Un film di due ore passa dall’impiegare quasi mezz’ora a meno di un minuto.

Quali sono gli obiettivi di diffusione?  

L’Europa nella sua agenda digitale ha stabilito che entro il 2020 tutti i cittadini devono poter usufruire di Internet superveloce. In particolare il 100% della popolazione dovrà avere accesso a una velocità di almeno 30 Megabit, la metà a 100 Megabit.

Qual è la copertura attuale in Italia? 

Secondo i dati del governo non superiamo il 43% di copertura a 30 Mega e stiamo accumulando un ritardo di 3 anni rispetto agli obiettivi. Non solo. L’accesso ai 100 Mega è assicurato ad appena l’1% della popolazione e si concentra sostanzialmente nell’area centrale di due città: Milano e Roma.

Quali tecnologie si usano per connettersi in banda ultra larga?

Fra tante, due in particolare. La prima è l’Ftth (Fiber to the home, che utilizza la fibra ottica fin dentro la casa dell’utente finale o comunque all’interno del palazzo (e allora è denominata Fttb, Fiber to the building). In alternativa c’è l’Fttc, Fiber to the cabinet: in questo caso la rete arriva fino a un armadietto collocato in strada. Da lì un doppino in rame raggiunge le abitazioni.

Il governo sembra preferire l’Ftth, perché?

Perché punta tutto sulla fibra che riesce a erogare velocità superiori a 100 Megabit e può arrivare a superare perfino il Gigabit per secondo. Significa scaricare film interi in un secondo o giù di lì. Ma è anche lo standard più costoso da sviluppare e burocraticamente complesso: occorrerebbe raggiungere 28 milioni di punti, entrare in 15 milioni di palazzi.

Il rame è da buttare via? 

Un operatore specializzato nella fibra e nell’Ftth come Fastweb ha varato un piano di investimenti per l’Fttc, prevedendo l’uso del rame. Lo stesso ha fatto Vodafone (che a Milano e Bologna offre anche l’Ftth) e pure Telecom che, pur sviluppando l’Ftth, conta di fare il grosso della copertura con l’Fttc. In Europa, del resto, è lo standard più adottato, se non altro perché costa un quarto rispetto all’Ftth e ha tempi di sviluppo 4 volte più rapidi.

Leggi l’articolo completo su: www.lastampa.it

Arte del cibo, cibo per l’arte

Autore: admin - del: 2 marzo 2015

bCibo e arte hanno una relazione sempre più stretta, specialmente da quando ilfood è diventato materia di design, di fotografia, di performance. Una fotografa e food stylist russa, Tatiana Shkondina, ha realizzato un progetto in cui il cibo diventa il mezzo per riprodurre alcuni dei capolavori della pittura, quadri conosciuti in tutto il mondo che rinascono da melanzane, pomodori, pesci, funghi, cerali, pasta.

L’idea arcimboldesca dell’artista è quella di omaggiare i grandi della pittura utilizzando il soggetto che ama fotografare, assemblare, comporre, il cibo. Le opere vengono realizzate esclusivamente con alimenti freschi, fotografate e subito scomposte, perché non è l’integrità dell’opera che le interessa, quanto il concetto di bellezza effimera, che può durare un attimo e in quell’attimo risplendere.

Tra le opere di Tatiana troviamo per esempio ‘Il figlio dell’uomo’ di René Magritte realizzato con melanzane, peperoni e mele, formaggio e sale; una delle‘Composition’ di Piet Mondrian creata con anguria, cioccolato, yogurt e formaggio. La ‘Notte stellata’ di Van Gogh rinasce attraverso riso selvatico, mirtilli e pasta, in un complicato gioco di sfumature; ‘Persistenza della memoria’di Salvador Dalì, una delle composizioni più difficili, si compone di impasto per pancake, cannella, pane e semi di sesamo; ‘L’albero della vita’ di Klimt (immagine) è invece un groviglio di spaghetti e verdure. Mentre una delle vedute del monte Fuji di Hokusai, ‘Fine Wind, Clear Morning’ rinasce da fettine di salmone, tè verde e riso, in una sorta di omaggio al Giappone. E ancora Andy Warhol, Kazemir Malevich, Wassily Kandisky, Pablo Picasso: tutti i grandi della pittura diventano repliche che sorprendono per colori e consistenze, in un arte che colpisce e, perché no, fa venire un certo languorino.

Leggi l’articolo su: www.lastampa.it

La decisione di gruppo? Quasi sempre è sbagliata

Autore: admin - del: 24 febbraio 2015

decision-makingQuante volte nella nostra vita abbiamo preso decisioni di gruppo? In famiglia, a scuola, sul lavoro, nello sport, negli hobby: un’infinità. E quante volte abbiamo sbagliato? Quasi sempre, a giudicare dal nuovo libro di Cass Sunstein e Reid Hastie, intitolato “Wiser. Getting beyond groupthink to make groups smarter”. E’ possibile rimediare, però, seguendo la ricetta dei due autori.

 Sunstein sa di cosa parla per esperienza diretta, perché ha diretto l’Office of Information and Regulatory Affairs nella Casa Bianca di Barack Obama, gestendo con il suo gruppo tutti i problemi relativi ai regolamenti in ogni settore, dai diritti umani alla sanità. Ora l’autore del bestseller “Nudge”, nonché marito dell’ambasciatrice americana all’Onu Samantha Power, è tornato all’università di Harvard dove insegna alla Law School. Hastie invece è professore alla Booth School of Business della University of Chicago, dove è esperto di decision making e behavioral science.

In teoria, prendere decisioni in gruppo dovrebbe essere vantaggioso, perché si sommano le competenze e le conoscenze di tutti. In realtà, in genere è un disastro. I gruppi spesso amplificano, invece di correggere, i loro errori. Sono vittime dell’effetto “cascade”, dove i partecipanti seguono ciò che dicono i membri più importanti. Si polarizzano, prendendo alla fine posizioni più estreme di quelle che le singole persone avevano all’inizio della discussione. Enfatizzano ciò che ognuno conosce già, invece di provare ad esplorare le informazioni critiche ancora non note. In altre parole, le riunioni di gruppo servono solo a rafforzare i nostri sbagli, con i partecipanti che si convincono a vicenda dell’esattezza dei loro errori, invece di scoprirli e correggerli. Gli esempio sono infiniti, curiosi e a volte tragici, a partire dal processo decisionale che portò alla scelta di invadere l’Iraq nel 2003.

Non siamo senza speranze, però, e lo scopo di “Wiser” è proprio quello di farci diventare più saggi, restituendo al “groupthink” i vantaggi che in teoria dovrebbe avere. Il primo consiglio è quello di mettere il bavaglio ai leader: anche se un capo entra in una riunione con un’idea molto chiara di ciò che intende fare, per farlo al meglio deve tacere, ascoltare gli altri, raccogliere i contributi utili, e magari anche cambiare direzione. Oppure portare i collaboratori sulla sua posizione, dando l’impressione che ci siano arrivati per conto loro. Un esempio fatto da Sunstein è proprio quello di Obama. Durante una riunione alla Casa Bianca, un collaboratore molto giovane del presidente aveva avuto un lapsus assai comico, e la sala era scoppiata a ridere. Siccome l’incontro era quasi alla fine, i membri più senior ne avevano approfittato per alzarsi e tornare alle loro scrivanie. Obama li aveva fermati e li aveva fatti sedere, perché voleva che il giovane collaboratore si riprendesse e finisse di spiegare il suo pensiero, che era interessante nonostante la gaffe. Lo stesso esame critico della situazione non avvenne quando furono lanciati i siti internet per la sottoscrizione della riforma sanitaria. Nessuno si chiese cosa sarebbe potuto andare storto, e tutto il possibile andò storto.

Dunque la prima regola è che il leader deve saper ascoltare, incoraggiare la discussione e persino le critiche. Tutti i partecipanti devono essere spinti a condividere le informazioni che possiedono, investiti di responsabilità che li facciano sentire coinvolti, ed esposti alla prospettiva di essere premiati per il loro contributo. Invece di premiarli dopo, però, date subito qualcosa e minacciate di toglierlo se non produrranno risultati, perché il timore della privazione incentiva più della possibilità del guadagno.

Questi sono solo alcuni dei consigli contenuti nel libro, che va a fondo del problema. Qualche volta, poi, bisogna anche usare dei trucchi. Prima di prendere una decisione importante, ad esempio, il presidente Roosevelt diceva a tutti i suoi collaboratoti di essere perfettamente d’accordo con ognuno di loro, anche se ognuno sosteneva una posizione diversa. Così tutti si impegnavamo al massimo, sentendosi ascoltati. Il prezzo da pagare era che tutti poi venivano delusi, tranne quello di cui alla fine veniva accettato davvero il consiglio; il vantaggio, inestimabile, era prendere sempre la decisione più informata e corretta possibile.

 

http://www.lastampa.it/


Categorie

Banner

Articoli recenti

Commenti recenti

Banner