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Più vecchi vi sentite e meno vivrete

Autore: admin - Primo piano - del: 27 dicembre 2014

 

vecchiaiaSentirsi vecchi è una conseguenza del nostro benessere mentale e fisico. In molti hanno infatti una percezione di sè diversa dall’età anagrafica. Sentirsi più giovani aiuta e non è solo una questione di sollevarsi il morale. E’ anzi un buon indizio del proprio stato di salute e fornisce uno stimolo ad adottare comportamenti che lo favoriscano. A giungere a questa conclusione, indubbiamente in linea con il senso comune, è uno studio condotto dal prestigioso University College di Londra che ha documentato un forte legame tra l’età percepita e la mortalità per certe malattie, come quelle cardiovascolari.

LO STUDIO. I ricercatori hanno confrontato le risposte fornite alla domanda“Quanto ti senti vecchio?” da parte di 6.489 partecipanti all’English Longitudinal Study of Ageing con il loro tasso di mortalità per cancro e malattie cardiovascolari, monitorato negli otto anni successivi. A morire di meno sono stati esattamente coloro che avevano riportato una età percepita inferiore di tre anni rispetto a chi, al momento del questionario, si sentiva addosso esattamente il proprio numero di anni o anche di più.

La percezione della nostra età dipende da numerosi fattori, come responsabilità, stress, problemi di salute, depressione, fattori sociodemografici, isolamento sociale, cambiamenti del proprio ruolo sia nella vita privata e in quella professionale. Gli autori suggeriscono che alla base dei tassi di mortalità inferiori, osservati in chi si sente più giovane, possano esserci una maggiore resistenza, un maggior senso di padronanza e di controllo sulla propria vita e una maggior voglia di vivere, così come un’attitudine verso l’invecchiamentoche favorisce l’adozione di specifici comportamenti benefici per la salute. Vi è, dicono, la necessità di ulteriori studi per capire le ragioni del fenomeno. Nel frattempo, val la pena provare a modificare la nostra età percepita per sperimentare le benefiche conseguenze del sentirsi giovani.

Leggi l’articolo completo su: www.lastampa.it

 

 

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L’azienda totalmente senza carta. Anche in bagno

Autore: admin - Primo piano - del: 22 dicembre 2014

carteNiente carta, neanche in bagno. È la ferrea politica aziendale di Decos, società informatica votata al digitale al 100 per cento. Una scelta pro-ambiente, che pare funzionare con successo. Non ci sono fogli, documenti né contratti cartacei. Non ci sono bloc-notes, libri, quaderni, biglietti da visita. Di conseguenza non servono cartelle, cartellette, fascicoli, raccoglitori, e anche armadi, cassetti e cestini della spazzatura sono ridotti al minimo. Se vuoi leggere un giornale lo fai su Internet; i tovaglioli per la pausa-pranzo sono solo di stoffa. I fornitori che si rifiutano di emettere fatture digitali sono scartati; la posta cartacea è regolarmente rispedita al mittente.

Le montagne (di carta) non piacciono

Insomma, la carta è davvero fuori legge negli uffici di Decos. E anche nei suoi bagni, dove bisogna tornare alla – più igienica – acqua. Nei gabinetti aziendali è stato installato il sistema lava-asciuga AquaClean: un getto d’acqua calda sostituisce la pulizia cartacea dei didietro impiegatizi, prima che un soffio d’aria – sempre calda – li asciughi accuratamente. I bagni sono però proprio il tallone d’Achille della politica zero-tolleranza alla carta: qualche toilette nasconde ancora i vecchi rotoli.

iPad al posto del bloc notes

«L’altro giorno un cliente è arrivato portandosi il suo rotolo di carta igienica in borsa», ha rivelato il direttore, Paul Vege. «Giusto per sicurezza, ma non era necessario», aggiunge. Decos, però, vuole a tutti i costi fare la sua parte nel ridurre i 27 mila alberi che vengono abbattutati nel mondo ogni giorno solo per soddisfare il fabbisogno mondiale di carta igienica. Tutto ciò ha un costo aziendale non trascurabile: ogni impiegato – 60 nei Paesi Bassi; 120 in India – è stato dotato di un iPad. Nella sala riunioni troneggia una lavagna digitale, e gli impiegati dell’azienda stessa hanno creato un’applicazione gratuita per meglio gestire gli incontri in cui non si posso prendere appunti a penna.

Verde fino in fondo

Non è l’unica app creata ad hoc per facilitare il 100 per cento digitale e sostenibile. Per esempio c’è Preso.tv, strumento interattivo per condividere le presentazioni; Cartracker e Flo, per una mobilità in cui si tiene traccia delle emissioni. D’altra parte, in ciò sono facilitati, perché trovare soluzioni tecnologiche e informatizzate è il loro core business. Al motto aziendale «Oggi definiamo il destino di domani», la scelta di Decos è squisitamente ambientale: in questo modo si iniziano a rimuovere tutto ciò che ostacola noi e il nostro pianeta. Meno alberi abbattuti, meno emissioni, vita più efficiente e più sostenibile. Quest’azienda, i cui clienti sono per un quarto comunità locali, usa anche energia verde comprata da fornitori di eolico, e tutta la flotta di veicoli aziendali è elettrica. Per quanto riguarda il risparmio di carta, Decos evita di usarne circa una tonnellata ogni dodici mesi. Il che equivale a salvare sedici alberi all’anno. Una piccola, ma bella soddisfazione.

Leggi l’articolo su: www.corriere.it

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I Robot non ci uccideranno (ma forse ci ruberanno il lavoro)

Autore: admin - Primo piano - del: 18 dicembre 2014

robot«Negli ultimi tempi», scrive Rodney Brooks, «sulla stampa che conta abbiamo visto scorrere un incessante flusso di notizie e opinioni in cui persone importanti speculavano sui pericoli dell’intelligenza artificiale, potenzialmente dannosa o cattiva».

Brooks, probabilmente, si riferisce in particolare a personaggi di spicco del mondo scientifico come Richard Dawkins, e a grandi imprenditori dell’innovazione come Elon Musk (Chief Executive di Tesla).
Musk ha sostenuto che «con l’intelligenza artificiale stiamo evocando i demoni» e che stiamo mettendo in pericolo l’umanità.
Non a caso Musk è stato prontamente ritwittato da Dawkins.

I due temi principali
In realtà, con molta confusione lessicale tra i termini (intelligenza artificiale, algoritmi, robot, bot), è tutto molto più complicato di così. Da un lato abbiamo una realtà presente, gli algoritmi che decidono le nostre preferenze (pensiamo a Facebook per fare un esempio banale), dall’altro speculazioni sul futuro.
Nel primo caso c’è un discorso a parte che, magari, faremo in un altro momento.

Nel secondo caso invece, è possibile una sintesi brutale. E possiamo provare a riassumere il dibattito annoso tra apocalittici e tecno-ottimisti in due grandi temi. Il primo è l’impatto di queste nuove tecnologie sul mondo del lavoro.

L’impatto sul lavoro

L’ipotesi da «peggior scenario possibile» è che tutte queste innovazioni continue finiscano per rubare lavoro agli esseri umani e creare scompensi ancora maggiori nelle nostre società. I più pessimisti, dopo gli algoritmi che scrivono articoli di giornale, credono che persino i lavori creativi (e non solo quelli ripetitivi) saranno messi a rischio.
Come scrive, con un po’ di ironia, Joshua Barrie: «probabilmente non ti aiuterà a superare la tua paura che i robot ti rubino il lavoro», ma ci sono dei software che cominciano a scrivere romanzi. E i primi risultati non sono male.
Capirai che la mia sintesi è dettata dallo spazio, ma qui hai la fonte per approfondire: Computers Are Writing Novels: Read A Few Samples Here Read

Se vuoi farti un’opinione meno ideologica, invece, ragiona sul punto di vista di Erik Brynjolfsson (professore al M.I.T. e autore di The Second Machine Age). Il suo ragionamento è lucido e tiene conto della storia. 
«La tecnologia», dice, «ha sempre distrutto posti di lavoro, ma ne ha sempre creati altri diversi. Rispetto al passato, oggi tutto questo sta avvenendo a ritmi molto più veloci. È possibile che tutta questa innovazione alla fine crei maggiore prosperità, ma non c’è nessuna legge economica che garantisce che questa prosperità sia per tutti».

Le tecnologie che diventano più intelligenti degli umani
Se Erik ha ragione nel sostenere che la chiave, per il mondo del lavoro, sia «portare innovazione nell’educazione» per avere le competenze necessarie a non rimanere disoccupati, vale la pena di tornare al pezzo di Rodeny Brooks (che citavamo all’inizio) per avere un quadro realistico sulla gara di intelligenza tra uomini e macchine.

Rodney, che ha fondato l’azienda produttrice di Roomba (il robot aspirapolvere), ci rassicura molto. Sebbene si parli tanto di Watson o di robot felini come Cheetah (o anche dei ”cosi” di Amazon), a quanto pare è proprio Roomba il robot più evoluto che abbiamo.
Ma per quanto sia evoluto, non è capace di comprensione umana e di volontà propria. Siamo ancora lontani dal momento in cui dobbiamo realmente temere le macchine. Ci vorranno decenni, ancora. O forse più.

Leggi l’articolo completo su: www.lastampa.it

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Vegana per un mese: ecco cosa ho imparato

Autore: admin - Primo piano - del: 15 dicembre 2014

alimentazione_vegana1Tutto è cominciato con un post su  questo blog  in cui spiegavo perché ho scelto di diventare un’”onnivora selettiva”. Tanti hanno commentato chiedendomi perché non provavo a fare quel piccolo passo in più e diventare vegana. In effetti, perché no? Ma trovavo sempre una scusa per rimandare, un po’ spaventata dalle conseguenze della mia decisione: come sarebbe cambiata la mia vita diventando vegana? Sarei riuscita a esserlo davvero, senza cedere mai? Infine ho deciso: provo per un mese, vediamo che succede, come mi sento, se ce la faccio. Così il 1 novembre, Giornata Mondiale Vegan, ho iniziato. Fare una torta senza latte, burro, uova - La prima cosa che ho fatto? Sedermi a tavola ad esaminare i prodotti che uso per la colazione (pane in cassetta, marmellata, caffè) e chiedermi se vanno bene per una dieta vegana. Di domande, in questo mese, me ne sono posta tantissime. E quando mi sono resa conto di non avere le risposte, le domande le ho poste agli altri. In occasioni, e su dettagli, ai quali mai avevo pensato prima. Pensate che per essere vegani basti fare attenzione a ciò che si mangia? Non è così semplice. In questo mese ho rinunciato ad un paio di scarpe che mi piacevano perché fatte di pelle, al bar ho ordinato sempre caffè “normale” (quello macchiato è fatto con il latte, e al bar sotto casa quello di soia non lo hanno). Ho scoperto che il mio panificio serve focaccia senza strutto (per mia fortuna), ma anche che se mangio fuori è meglio se insisto per andare al ristorante vegano perché altrimenti rischio di non mangiare nulla (o al cinese, dove i piatti a base di tofu sono un’ottima alternativa al classico pollo con le mandorle). La prima settimana è stata tutta una scoperta: le mie domande vertevano sulla vita di tutti i giorni e sui modi per trovarealternative vegane alle mie abitudini di sempre. Erano domande pratiche e trovare una risposta era divertente, così come lo era scoprire nuove marche di abbigliamento, fare una torta senza latte, burro e uova, sperimentare ristoranti mai sentiti prima.

Perché tutti si sentono in dovere di criticarmi? - Poi, verso la metà della seconda settimana, ho iniziato a farmi domande sugli altri. Non si trattava più di come affrontare una cena fuori o un giro di shopping, ma di tanti perché messi in fila. Perché nei menu fissi non ci sono mai cibi adatti ai vegani? Perché le scarpe con materiali vegani sembrano quelle di una vecchia zia sessantottina? Perché in certi prodotti è specificato che “possono contenere tracce di latte” ma non si dice se effettivamente le contengono o meno? E poi ancora: perché i miei amici insistono che la mia scelta è insensata? Perché mi ritengono ipocrita, dato che sono vegana eppure ho l’iPhone (perciò salvo sì gli animali ma mi rendo colpevole dello sfruttamento di operai cinesi)? Perché io che non mangio carne sono vista come una pazza mentre il mio amico che notoriamente odia la verdura e non ne mangia mai è solo guardato con simpatia? Perché a lui nessuno dice che la sua scelta (di gusto) non fa certo bene alla salute mentre tutti sono pronti a demolire la mia(etica) a suon di ricerche? Mi sono ritrovata più di una volta con le spalle al muro adover spiegare, e giustificare, la mia scelta. Come se fossi tenuta a farlo.

Ma io voglio esserlo davvero? – E’ stato solo quando ho smesso di rispondere alle domande degli altri che ho iniziato a pormi domande su di me. Questa è stata la terza, e ultima, fase di questo mese vegano. Ho iniziato a chiedermi se ero davvero convinta fino in fondo di questa scelta. A furia di spiegare la mia scelta agli altri mi sono trovata a difendere una posizione, ma io non volevo essere vegana per partito preso. Così ho scoperto che la mia posizione in realtà non è cambiata rispetto al post di quest’estate: mangio volentieri uova e latticini quando ne conosco la provenienza e credo che gli animali non siano stati maltrattati. Per quanto riguarda carne e pesce, una parte di me ritiene ingiusto uccidere altri esseri viventi ma un’altra parte di me è influenzata dal mio bagaglio culturale secondo il quale invece non c’è nulla di male nel farlo. Alla fine di questo mese mi sono resa conto che tutto questo pesa e che non posso essere vegana perché non sono convinta fino in fondo. E vegani a metà non si può esserlo, perché allora si è semplicemente onnivori selettivi. Mi sembra una buona definizione di ciò che sono e che continuerò a essere.

Leggi l’articolo completo su: www.corriere.it

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