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Scegli i prodotti con il cervello!

Autore: Ilenia Tesoro - Primo piano - del: 14 settembre 2015

 

neuromarketing

Vi siete mai chiesti perchè scegliete un prodotto invece di un altro?
Per la qualità o per l’etichetta?
Il team di studio e ricerca del Neuromarketing Behavior and Brain Brain Lab dell’Università Iulm di Milano, ci spiegano come la confezione dei prodotti è progettata per essere selezionata dal nostro cervello, a prescindere dalla qualità del prodotto.
Al laboratorio coordinato dal professore Vincenzo Russo che studia da anni processi cognitivi, percettivi e di apprendimento in relazione ai comportamenti di consumo, il quale è anche membro del comitato EXPO2015, sono legati per l’elaborazione dati, il bioingegnere Luca Mainardi e il ricercatore Riccardo Barbieri del Politecnico di Milano.

Per capire la <<trama decisionale>> quando una persona è alle prese con la scelta di un prodotto si parte dallo studio dei segnali psicofisici, ma non sempre semplici da decifrare. «Un aumento del battito cardiaco non ci dice scientificamente che il consumatore è più attratto o meno da un prodotto – spiega Russo -. E inoltre la tecnologia di molti strumenti è spesso coperta da brevetto e dunque, non sapendo nei dettagli come lavora, non conosciamo davvero l’effettiva natura del dato che fornisce. Oggi tuttavia, grazie a macchine più sofisticate e a una più approfondita conoscenza dei processi psicofisiologici, siamo in grado di avere dati più certi sull’emozione provocata da uno stimolo comunicativo».

Dunque, lo scopo del laboratorio è quello di concretizzare dati che possano fornirci informazioni affidabili e ripetibili sulle nostre emozioni, ed è da qui che si può stabilire se un prodotto suscita piacere o felicità, sensazioni tristi o rabbia.

I primi esperimenti in questo campo sono stati condotti recentemente negli Usa. Un studio nel 2004 ha messo a confronto un campione di consumatori sia con la Coca-Cola sia con la Pepsi,  utilizzando una Risonanza magnetica funzionale: alcuni soggetti assaggiavano «alla cieca», senza conoscere il marchio, mentre altri, alla seconda valutazione, ne erano a conoscenza. I risultati?
Nel primo caso si attivavano le aree del cervello deputate all’analisi dei sapori e la Pepsi veniva giudicata migliore. Nel secondo, invece, in cui i soggetti conoscevano il contenuto – ovvero Coca-Cola – si attivavano sia le aree legate alla memoria sia altre correlate al piacere. Il motivo?

Se non conosciamo qualcosa, il cervello sviluppa solo le informazioni che ha a disposizione in quel momento, perciò non essendo distratto da altre informazioni, si concentra sul sapore. Se invece sappiamo che cosa stiamo assumendo, il cervello elabora tutte le informazioni legate alla sostanza riconosciuta, come ricordi ed emozioni.

Un altro test del laboratorio è stato presentato all’ultimo Vinitaly. Sono stati presi due campioni di persone, ed è risultata una reazione differente a seconda del background culturale. In quanto al primo gruppo è stata mostrata un’immagine del prodotto su sfondo naturale, un cielo azzurro si contrastava con il verde delle vigne.
Il secondo gruppo invece, composto da cinesi, veniva distratto dall’azzurro del cielo e disturbava il processo di memorizzazione del messaggio pubblicitario. Utilizzando invece, un cielo crepuscolare dal colore rosso e con venature dorate, richiamava alla loro mente i colori nazionali.

Facendo una breve analisi, la conclusione logica è che il modello decisionale è impregnato dalla dimensione affettiva. «Il modo di pensare e studiare il consumatore – osserva Russo – si fonda sempre più sulla consapevolezza che non siamo macchine pensanti che si emozionano: Siamo, al contrario, macchine emotive che pensano».

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Il tuo comune ha un Brand?

Autore: Ilenia Tesoro - Primo piano - del: 9 settembre 2015

20141209_amatriceOgni nazione ha un’identità che viene associata a degli stereotipi che più o meno condizionano l’economia. Parliamo di nazioni grandi, con identità ben precise che lo distinguono da tutto il resto del mondo.
A quale italiano non è mai capitato di essere associato al Paese degli spaghetti e la pizza. Oppure se pensiamo all’identità della Germania, macchine eccellenti e dallo stile inconfondibile.
Si, parliamo di identità forti e ben chiare.
Ma la grandezza non è tutto. Come in tutte le cose, va seguito l’esempio. Anche un piccolo comune può essere identificato per il brand.
Io per passione, mi occupo di marketing territoriale, e considero importante il fatto che ogni comune abbia un proprio brand, una propria identità territoriale.

Immaginate se tutti i comuni d’Italia avessero un brand, qualcosa da comunicare.
Ad esempio, Amatrice ha gli spaghetti all’amatriciana!
Maranello ha la Ferrari.
Alba ha il tartufo.
Mirabella Imbaccari ha il tombolo.
Como ha la seta.
Cantù ha il legno.

Il tuo comune ha un brand? Ha una forte identità?
Comunicaci il brand della tua città.

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Ecco come cambia la nuova tecnologia: per scaricare un film basterà un minuto

Autore: admin - Primo piano - del: 10 marzo 2015

aChe cosa è la banda ultralarga?  

È una rete che permette di avere una velocità superiore a 30 Megabit per secondo. Serve non solo a navigare più veloce ma anche ad accedere ai servizi più evoluti come la fruizione di film e programmi di intrattenimento.

Che cosa cambia in termini di velocità?  

Per scaricare un brano musicale con una connessione in Adsl (che comporta l’utilizzo solo di cavi in rame dalla centrale telefonica) alla velocità di 5 Megabit per secondo si impiegano 5 secondi, una connessione in fibra a 100 Mega impiega circa 0,3 secondi. Un film di due ore passa dall’impiegare quasi mezz’ora a meno di un minuto.

Quali sono gli obiettivi di diffusione?  

L’Europa nella sua agenda digitale ha stabilito che entro il 2020 tutti i cittadini devono poter usufruire di Internet superveloce. In particolare il 100% della popolazione dovrà avere accesso a una velocità di almeno 30 Megabit, la metà a 100 Megabit.

Qual è la copertura attuale in Italia? 

Secondo i dati del governo non superiamo il 43% di copertura a 30 Mega e stiamo accumulando un ritardo di 3 anni rispetto agli obiettivi. Non solo. L’accesso ai 100 Mega è assicurato ad appena l’1% della popolazione e si concentra sostanzialmente nell’area centrale di due città: Milano e Roma.

Quali tecnologie si usano per connettersi in banda ultra larga?

Fra tante, due in particolare. La prima è l’Ftth (Fiber to the home, che utilizza la fibra ottica fin dentro la casa dell’utente finale o comunque all’interno del palazzo (e allora è denominata Fttb, Fiber to the building). In alternativa c’è l’Fttc, Fiber to the cabinet: in questo caso la rete arriva fino a un armadietto collocato in strada. Da lì un doppino in rame raggiunge le abitazioni.

Il governo sembra preferire l’Ftth, perché?

Perché punta tutto sulla fibra che riesce a erogare velocità superiori a 100 Megabit e può arrivare a superare perfino il Gigabit per secondo. Significa scaricare film interi in un secondo o giù di lì. Ma è anche lo standard più costoso da sviluppare e burocraticamente complesso: occorrerebbe raggiungere 28 milioni di punti, entrare in 15 milioni di palazzi.

Il rame è da buttare via? 

Un operatore specializzato nella fibra e nell’Ftth come Fastweb ha varato un piano di investimenti per l’Fttc, prevedendo l’uso del rame. Lo stesso ha fatto Vodafone (che a Milano e Bologna offre anche l’Ftth) e pure Telecom che, pur sviluppando l’Ftth, conta di fare il grosso della copertura con l’Fttc. In Europa, del resto, è lo standard più adottato, se non altro perché costa un quarto rispetto all’Ftth e ha tempi di sviluppo 4 volte più rapidi.

Leggi l’articolo completo su: www.lastampa.it

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Arte del cibo, cibo per l’arte

Autore: admin - Primo piano - del: 2 marzo 2015

bCibo e arte hanno una relazione sempre più stretta, specialmente da quando ilfood è diventato materia di design, di fotografia, di performance. Una fotografa e food stylist russa, Tatiana Shkondina, ha realizzato un progetto in cui il cibo diventa il mezzo per riprodurre alcuni dei capolavori della pittura, quadri conosciuti in tutto il mondo che rinascono da melanzane, pomodori, pesci, funghi, cerali, pasta.

L’idea arcimboldesca dell’artista è quella di omaggiare i grandi della pittura utilizzando il soggetto che ama fotografare, assemblare, comporre, il cibo. Le opere vengono realizzate esclusivamente con alimenti freschi, fotografate e subito scomposte, perché non è l’integrità dell’opera che le interessa, quanto il concetto di bellezza effimera, che può durare un attimo e in quell’attimo risplendere.

Tra le opere di Tatiana troviamo per esempio ‘Il figlio dell’uomo’ di René Magritte realizzato con melanzane, peperoni e mele, formaggio e sale; una delle‘Composition’ di Piet Mondrian creata con anguria, cioccolato, yogurt e formaggio. La ‘Notte stellata’ di Van Gogh rinasce attraverso riso selvatico, mirtilli e pasta, in un complicato gioco di sfumature; ‘Persistenza della memoria’di Salvador Dalì, una delle composizioni più difficili, si compone di impasto per pancake, cannella, pane e semi di sesamo; ‘L’albero della vita’ di Klimt (immagine) è invece un groviglio di spaghetti e verdure. Mentre una delle vedute del monte Fuji di Hokusai, ‘Fine Wind, Clear Morning’ rinasce da fettine di salmone, tè verde e riso, in una sorta di omaggio al Giappone. E ancora Andy Warhol, Kazemir Malevich, Wassily Kandisky, Pablo Picasso: tutti i grandi della pittura diventano repliche che sorprendono per colori e consistenze, in un arte che colpisce e, perché no, fa venire un certo languorino.

Leggi l’articolo su: www.lastampa.it

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