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Doug Scott (OgilvyEntertainment): così è oggi la miglior pubblicità, che dal design può imparare tanto

Autore: admin - Primo piano - del: 15 giugno 2014

Doug+ScottLa comunicazione oggi deve confrontarsi con il concetto di utilità per farsi accettare. Succede se vuole presidiare valori condivisi, scambiare contenuti con dati, definire il valore della marca attraverso il prodotto. Intervista a Doug Scott, presidente e fondatore di OgilvyEntertainment, USA, che al Festival di Cannes sarà presidente della giuria Branded Content & Entertainment Lions

Alla scorsa edizione del Festival è emerso tra i principali trend quello identificato come ‘social good’. Moda o punto di non ritorno?

Molte grandi corporation cercano di avere un impatto positivo sulla società attraverso le politiche di CSR. È un fatto che vale già un riconoscimento e un evviva. Non considero questo atteggiamento come una moda passeggera, ma piuttosto come un’opportunità creativa per far crescere la consapevolezza di tematiche importanti e un buon modo per accrescere l’impatto sociale delle corporation. Sovente, la narrazione utilizzata per questo tipo di campagne ha un forte impatto emotivo. Il miglior consiglio che posso dare a riguardo è che le imprese cerchino una connessione su valori condivisi di modo che i consumatori desiderino fare la loro parte. Un ottimo esempio è la campagna ‘Immortal Fans’ che Ogilvy Brazil ha realizzato con la squadra di calcio del Recife per aumentare la conoscenza della donazione di organi, con una donor card in cambio della scelta di donare gli organi che permette di fare il tifo per il Recife ‘per sempre’. Oltre 51.000 tifosi hanno deciso di partecipare e la donazione di organi nel Paese è aumentata in un anno del 54%.

Le tecnologie digitali sono pervasive, a volte anche troppo. Come dovrebbe muoversi una marca che voglia utilizzare tecnologie innovative e raccogliere dati utili senza essere percepita come una minaccia per la privacy o intrusiva?

I consumatori oggi cercano contenuti gratis, app che siano utili e un maggior riconoscimento da parte delle marche con cui entrano in relazione. Perciò le aziende devono per prima cosa cercare di capire il valore dello scambio tra informazioni personali e il mondo della marca. Dopo di che si può cominciare a costruire un profilo di ciascun consumatore, trasformando queste informazioni grezze in ‘smart data’ in grado di generare grandi emozioni.

Cosa vogliono le persone oggi dalla pubblicità? Come cerchi di assimilare il concetto di user experience nel tuo lavoro e nella relazione tra la marca e il suo pubblico?

La gente vuole ricevere il messaggio corretto attraverso il medium più adatto e al momento giusto con l’offerta più congeniale. Da quando i consumatori hanno il pieno controllo del ‘quando’ e del ‘come’ avere a che fare con le marche, il modo per connettersi con loro è essere inclusivi e intuitivi senza essere intrusivi. La miglior pubblicità tiene in considerazione le abitudini di consumo mediale del consumatore, comprendendo le preferenze di ciascuno mentre crea qualcosa che sia realmente desiderabile e sociale attraverso il design.

Leggi l’articolo completo su: http://www.brand-news.it/

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Il futuro secondo i direttori marketing

Autore: admin - Primo piano - del: 4 giugno 2014

marketingÈ difficile per il marketing, disciplina da sempre difficile da inquadrare, affermarsi come punto fondamentale del business di un’azienda. Il marketing guarda lontano, al futuro, è diffilmente quantificabile (soprattutto come ritorni sull’investimento), e spesso non è compreso appieno dai più alti manager aziendali, perlomeno in Italia. Uno sguardo al futuro delle imprese italiano ha voluto darlo la SDA Bocconi, che, in collaborazione con SAP Italia, ha realizzato lo studio “Il futuro secondo i Direttori Marketing: Competenze per decidere e decisioni per competere”, presentato ieri alla prestigiosa università milanese.

Dalla ricerca, presentata da Gabriele Troilo e Paolo Guenzi, che ha coinvolto tramite un complesso questionario 122 direttori marketing di imprese italiane, emerge chiaramente come l’area marketing sia ancora poco rilevante per le aziende italiane: solo il 36% dei manager ritiene questa la questione più importante nel proprio business; ma laddove il marketing dimostra il proprio valore sui ritorni economici, la percentuale si alza al 64%. Nonostante questo, le migliori performance rispetto agli obiettivi sono ancora legate agli abbassamenti dei costi, laddove la loyalty del cliente è fanalino di coda: nel 2014 infatti le difficoltà maggiori si sono legate soprattutto ai vincoli finaziari (per il 43% degli intervistati), alla scelta dei canali da utilizzare e alle strategie aziendali (entrambe al 37%). Tutto questo soprattutto perchè il marketing fatica a dimostrare il suo impatto: solo il 42% del campione totale ritiene buona o molto buona l’affermazione di questa area di business, mentre oltre un terzo (duistribuiti eterogeneamente tra i settori) fa ancora molta fatica non riesce a dimostrarne gli utili ritorni.

“La funzione principale del marketing negli ultimi tempi è stata quella di contenere i costi, paradossalmente di fare poco marketing” sostengono i due ricercatori. E tuttavia al marketing viene chiesto sempre di più di innovare e di innovarsi, come ha affermato il 68% degli intervistati; in questo caso, è la creazione di nuovi mercati a tenere banco, essendo necessario per più dell’80% del campione. Non mancano anche qui le contraddizioni: per il 38% è necessario incrementare il coinvolgimento degli utenti nella creazione di contenuti; tuttavia questa è voce è all’ultimo posto tra gli ambiti in cui investire. Inoltre, solo il 39% ritiene che il proprio team sia veramente competente, e questo soprattutto nello sviluppo di nuove opportunità; al contrario, manca la competenza nella marketing automation, nella tecnologizzazione di questi processi. Interessante il risultato relativo ai social network: l’integrazione tra marketing classico e new media è visto oggi in maniera molto importante, tuttavia rimane un’area molto poco presidiata di team, che evidentemente non riescono ancora a mettersi al passo con le nuove tecnologie. L’ultimo dato da sottolineare riguarda gli obiettivi legatti a queste nuove piattaforme: per i manager il più importante risulta essere l’aumento della notorietà del marchio, mentre solo all’ultimo posto viene posto il miglioramento del servizio offerto; un dato, questo, che probabilmente mostra quanto il brand italiano sia ancora ‘vecchia scuola’.

leggi l’articolo per intero su: www.mymarketing.net

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Google e la pubblicità nel frigorifero

Autore: admin - Primo piano - del: 24 maggio 2014

GoogleGli annunci pubblicitari del futuro potrebbero essere più molesti di quanto immaginiamo. In una lettera alla Securities and Exchange Commission, l’ente federale statunitense che vigila sulla borsa valori (l’equivalente della nostra Consob) il colosso di Mountain View ha spiegato perché non sente l’esigenza di svelare agli investitori la portata dei suoi profitti sui dispositivi mobili. Svelando, per l’occasione, anche qualcosa sulle sue prossime mosse in fatto di advertising. Il contenuto della lettera è stato reso noto martedì e nella sostanza dice: aspettatevi i nostri annunci pubblicitari ovunque.

Hai sete? Prova questa nuova bibita!
Secondo Google sarebbe “fuorviante” fornire agli investitori una stima sugli incassi derivanti dalle inserzioni perché la definizione di dispositivi mobili è in continua evoluzione e sta cambiando molto velocemente: «Ci aspettiamo che gli utenti in futuro useranno i nostri servizi e vedranno i nostri annunci su una gamma sempre più variegata di device» si legge nella lettera «da qui a qualche anno, noi e altre compagnie potremmo trasmettere annunci e altri contenuti su frigoriferi, cruscotti delle auto, termostati, occhiali e orologi, solo per citare alcune possibilità».

L’annuncio sembrerebbe chiarire perché Google sia sempre più interessato all’Internet delle cose e si stia spostando su oggetti apparentemente estranei dal comune concetto di mobile come occhiali, orologi, e persinolenti a contatto.

Sempre quest’anno è avvenuta, da parte di Big G, anche l’acquisizione di Nest, azienda produttrice di termostati “smart”. Che siano queste le prossime piattaforme di advertising della compagnia californiana? Per ora, entrambi i diretti interessati smentiscono. Nest non sembra avere un modello di termostato compatibile con inserzioni pubblicitarie né sembra interessato a progetti di questo tipo. Staremo a vedere.

Da: www.focus.it

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L’agroalimentare riparte con le start up dei giovani

agroalimentarteGiovani, donne e innovazione, sono le leve della nuova agricoltura che, nonostante la crisi, continua a mantenere le sue doti anticicliche e la capacità di essere un asset strategico per la crescita. Negli ultimi tre anni infatti sono spuntate 117mila nuove aziende (106mila agricole e 11mila nell’agroalimentare), il 15% condotte da giovani e con una componente femminile del 9%: le donne infatti rappresentano oltre il 30% del totale degli imprenditori del settore. I dati emergono da una indagine del Censis e della Cia (Confederazione italiana degli agricoltori) presentata oggi a Roma. I numeri tracciano l’identikit di un settore – come ha spiegato il direttore generale del Censis, Giuseppe Roma – in lenta e profonda ristrutturazione all’insegna del consolidamento strutturale.

Il successo dell’agricoltura si «legge» dunque anche dall’analisi dei percorsi formativi. Tra il 2009 e il 2013 infatti, a fronte di un calo di circa il 14% delle immatricolazioni, c’è stato invece un vero e proprio boom delle iscrizioni alle facoltà collegate al mondo agroalimentare:+43,1% per scienze zootecniche e tecnologie delle produzioni animali,+22,9% per scienze e tecnologie alimentari. +18,6% per scienze e tecnologie agrarie e forestali. Insomma se resta comunque negativo il saldo della natimortalità delle imprese si segnala un numero crescente di start up innovative: «a morire – secondo Roma – sono le aziende più deboli mentre le nuove sono le più robuste». Un dato che dovrebbe incidere anche sul rafforzamento dell’export, oggi frenato dalla dimensione logistica e dall’assenza di una grande distribuzione italiana. ma anche dalla presenza di imprese polverizzate.

Da: www.ilsole24ore.com

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