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Essere pellegrini sulla via per ritrovare pace e bellezza

Autore: admin - Marketing internazionale, Primo piano - del: 8 settembre 2014

IL CAMMINO DI SANTIAGO DE COMPOSTELA 1Un anno fa la Regione ha approvato il tracciato della Via Francigena del Sud, percorsa nel Medioevo dai pellegrini che si spingevano fino a Gerusalemme, scegliendo i porti pugliesi per l’imbarco. Da Canterbury a Roma – il primo pellegrino è datato 990- e quindi da Roma verso la Puglia, spessissimo passando da Monte Sant’Angelo, per pregare sulla tomba dell’Arcangelo prima del viaggio in mare. Ma la devozione portava i pellegrini anche verso la Galizia, verso la finibus terrae  e la to,ba di San Giacomo.. Questo ramo, il cammino di Santiago di Compostela, è percorso,  a piedi o in bicicletta, ogni anno a migliaia di persone.

Quando si cammina, zaino in spalla, si è soli con se stessi, ma insieme a tanti altri: avvicinarsi a Santiago, percorrere anche solo qualche tappa e non tutti i 900 chilometri, iniziando dal lato spagnolo o francese  dei Pirenei, è quasi  creare una comunità di uomini e donne di tutte le età che cercano la fontanella prima di attraversare sotto al sole immense distese di  campi dove non c’è null’altro che stoppie tagliate, qualche vbigneto e le montagne in lontananza.

Lungo il cammino c’è chi prega e chi ripensa ad amori perduti con la voglia di ricominciare; c’è chi cede allo sconforto della fatica a chi si lascia andare alla vastità  senza confini di una  terra pulsante; e c’è  chi approfitta del viaggio per ritrovare la bellezza di un luogo noto, come la cattedrale di Pampalona. E si arriva alla fine del percorso, anche senza raggiungere Santiago, con una conchiglia in mano (simbolo del cammino, che i pellegrini quelli veri , raccoglievano a Finisterre e usavano per bere).

Leggi l’articolo completo su: http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/

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Filo con New York, la città di Bill De Blasio: Sant’Agata dei Goti

Autore: admin - Primo piano - del: 5 settembre 2014

mappatelleE’ tornata a visitarla il sindaco di New York, Bill De Blasio, di cui il nonno era originario.

Sant’Agata dei Goti è conosciuta la perla del Beneventano.  Esempi di autentica eccellenza normanna sono il Duomo e la Chiesa di Sant’Angelo de Munculanis da pochi anni restaurata. Vi è poi lachiesa trecentesca di San Francesco di Assisi con gli affreschi del pittore Giaquinto dell’inizio del ‘700 e il maestoso Palazzo Vescovile, dove tutto parla di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Qui sono conservati i suoi oggetti, la sua sedia, la sua modesta stanzetta. Il fedele può visitare il cunicolo di Sant’Alfonso, fatto affrescare nel 1614 dal vescovo Diotallevi e scelto dal santo come luogo di preghiera, espiazione e penitenza.. E ancora la chiesa settecentesca di Santa Maria di Costantinopoli, con l’attiguo monastero delle Redentoriste, arricchito da un portale secentesco.

Bellezze artistiche, monumentali e paesaggistiche che si abbinano ai prodotti di questo territorio agricolo: il vino Falanghina, il famoso bianco Dop di Sant’Agata de’Goti che proprio qui è stato fatto rinascere intorno al 1980 quasi per scommessa, reimpiantando il vitigno autoctono; la mela Annurca, una delle varietà più pregiate dell’intera Campania; e l’olio extravergine di oliva delle colline beneventane. Sant’Agata dei Goti fa parte dei borghi più belli d’Italia un titolo concesso solo a pochi e insignito della bandiera arancione del Touring club Italiano. Da ricordare l’appuntamento con le Sagre (in diversi periodi dell’anno) dei prodotti tipici della cittadina del Beneventano che riunisce tutti i migliori sapori locali e della tradizione campana. Tanti i ristoranti di buon livello dal centro alla periferia, su tutti I Giardini di Marzo, con i piatti della tradizione: pancotto, insalata della nonna, bruschette con olio d’oliva locale, fagioli in pignata, pizzette con fiori di zucca, pacche e fagioli con cotenna di maiale e cavatielli con costelette di maiale. E per finire le mappatelle all’annurca, una pasta con ripieno formato da mela annurca e altri ingredienti locali. Non solo. Con l’Annurca si producono anche frittelle, crostate, dolci,  sidro, elisir, mostarda, rosolio, ciambelle e persino insaccati aromatizzati, e dulcis in fundo, l’ ‘nfrennurca, altro dolce tipico di Sant’Agata dei Goti, un tarallino di farina, olio, zucchero e succo della regina delle mele.

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Bambù, carta e plastica riciclata. I grattacieli del futuro sono green

Autore: admin - Primo piano - del: 29 luglio 2014

Londra, Uomo cade dal tetto del grattacielo JP Morgan a Canary WharfOrganic London Skyscraper. Si chiama così il futuristico progetto che potrebbe realizzarsi a Londra in meno di un anno. Dopo le tre torri “biodegradabili” costruite a New York utilizzando mattoni in buccia di mais e micelio di funghi, nella capitale inglese si pensa a un grattacielo “organico”. La struttura ad impalcatura sarà costruita in bambù, prendendo esempio dalle costruzioni asiatiche, e poi il grattacielo sarà rivestito da pannelli rigidi realizzati con carta riciclata e rifiuti plastici

L’idea, come racconta Rinnovabili.it, è nata dai progettisti di Chartier-Corbasson come risposta al costante aumento della popolazione urbana ed al conseguente aumento dei rifiuti solidi. Infatti l’idea è quella di recuperare i rifiuti stessi dei residenti per ultimare l’opera e realizzare un edificio a costi estremamente ridotti. L’intero processo di riciclo e trasformazione dei rifiuti nei pannelli costruttivi avverrebbe all’interno dell’Organic London Skyscraper: con 80 bottiglie di plastica prodotte da un singolo utente si potrebbe ottenere un pannello isolante, al quale si aggiungono i 75 kg di carta riciclata, corrispondenti a 2 pannelli termoisolanti.

L’impalcatura cava in bambù consentirebbe inoltre di ridurre l’attrito del vento, incanalando l’aria all’interno dei pali in bambù, dotati di micro turbine eoliche, per produrre nello stesso tempo energia elettrica a disposizione dell’edificio.

Da: http://www.affaritaliani.it/

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Una De.Co. per Amatrice: intervista a Roberto De Donno

Autore: admin - Primo piano - del: 26 luglio 2014

roberto De DonnoOrmai non sfugge a nessuno l’importanza, per l’Italia, di definire la sua identità di paese attraverso  la promozione dei suoi beni culturali. Beni culturali che non sono soltanto le infinite e straordinarie testimonianze archeologiche e artistiche disseminate in musei, teatri e città d’arte presenti su tutto lo Stivale, ma anche i prodotti agroalimentari tradizionali, il suo artigianato, i suoi prodotti locali. Questi fanno di una comunità, anche piccola, un fenomeno socio-culturale unico, riconoscibile, prezioso. Le De.Co, Denominazioni Comunali di origine, ideate dal grande scrittore enogastronomico Gino Veronelli, per la tutela dei “giacimenti gastronomici” d’Italia, servono a questo, a mantenere vive e feconde di sviluppo le nostre comunità.

Ci spiega di che si tratta il Prof. Roberto De Donno, autore del saggio «De.Co. Denominazioni  Comunali. Sviluppo Locale e Strumenti di Marketing territoriale». L’intervista nasce dalla circostanza che  Amatrice sta per presentare il logo del suo marchio De.Co, con cui si renderà riconoscibile nel mondo.

 

Professor De Donno, che cos’è esattamente una De.Co?

Intanto dico ciò che non è. Una De.Co. non è un marchio di qualità. Non ha nulla a che vedere con le certificazioni dell’affidabilità nata dall’iniziativa del legislatore comunitario.

Quindi è qualcosa di meno affidabile dei marchi che oggi rassicurano il consumatore sulla qualità dei prodotti?

Assolutamente no. Semplicemente è un’altra cosa. Quello che indica una certificazione De.Co. è l’origine storico-geografica di un prodotto. Un’origine grazie alla quale è resa riconoscibile esattamente e con immediatezza l’identità di un territorio. La Denominazione Comunale, nata da una Legge dello Stato, assegna ai Comuni il compito di tutelare la sopravvivenza di una tradizione enogastronomica.  È sembrato il modo migliore di non far soccombere un prodotto di nicchia. Di sottrarlo alla forza schiacciante della globalizzazione ed alla omologazione della produzione industriale.

Da quanto ne so a monte delle Denominazioni Comunali c’è un la passione libertaria di  Gino Veronelli e il rifiuto di quello che potremmo definire «pensiero unico» alimentare.

Sì, si può dire così. In effetti tutto nasce dall’idea che l’unico modo per non perdere la battaglia contro i processi alimentari massificati e massificanti del mondo moderno era quello di consegnare ai Comuni d’Italia la possibilità di salvaguardare le tipicità locali con un proprio marchio. Un compito, beninteso, che è anche la salvezza economica e produttiva di comunità altrimenti destinate a sparire. Se un Comune dichiara, che un certo prodotto, ad esempio l’Amatriciana, per essere davvero tale ha bisogno di ingredienti che hanno una precisa origine e precisi produttori, fa marketing. Un marketing che, grazie alla De.Co. ha più facilità ad entrare sul mercato.

Una delle cose più difficili per realtà locali di medie e piccole dimensioni, anche se sono ricche di storia e di cultura, quella di stare sul mercato…

Certo. Un marchio che serva a far individuare il luogo d’origine e peculiare di un certo prodotto, vuol dire aiutare le imprese locali. Se poi, in un territorio, c’è la capacità di fare rete tra Comuni, si può produrre uno sviluppo di proporzioni sorprendenti.

Può fare un esempio di una provincia che possiamo prendere a modello?

Vicenza. A Vicenza è nato un Consorzio di Comuni che hanno saputo tutelare le loro produzioni tradizionali e promuovere il territorio, sia sotto il profilo turistico che ambientale, proprio grazie alle Denominazioni Comunali di Origine. Sono stati bravissimi a fare rete tra enti locali.

Altri esempi?

Ce ne sono diversi. Penso a Milano. Si è visto che in tanti ristoranti americani, cuochi di seconda e terza generazione di genitori italiani facevano una cucina italiana che poco e niente aveva a che vedere con le ricette originarie. Si è pensato di fare un po’ di sana formazione attraverso chef italiani come Gualtiero Marchesi per insegnare a cucinare un vero risotto alla milanese.

Anche l’Istituto Alberghiero di Rieti, con una sezione ad Amatrice, può diventare un ottimo ambasciatore del patrimonio gastronomico. Già sta facendo molto.

Certo! Mi dicono sia una scuola d’eccellenza.

Lo è.

E allora, serve solo una buona dose di amore per la propria storia e un buon uso di uno strumento come le De.Co per ottenere ottimi risultati.

E quindi non resta che fare gli auguri al Comune di Amatrice e al logo che sarà presentato domenica prossima presso il Centro Culturale san Giuseppe, alle 17.00. Grazie Professore.

Grazie a lei e mi associo agli auguri.

Da: http://www.ilgiornaledirieti.it/

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