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Brescia intreccia cibo e arte

Autore: admin - Primo piano - del: 13 gennaio 2015

bresciaBrescia si prepara all’Expo e tira fuori i suoi tesori. Il cuore romano, per esempio, con il Capitolium, il grande tempio con le tre celle dedicate a Giove, Giunone e Minerva e una ricostruzione multimediale che fa capire quanto l’antica Brixia sia ancora lì, nel tessuto urbano, un po’ visibile e un po’ no. E il prossimo obiettivo è riaprire al pubblico l’edificio più straordinario, il santuario del I secolo a. C. nascosto sotto casa Pallaveri, a lato del tempio. Ne verrà fuori un percorso archeologico perfetto, dal teatro romano ai santuari. Intanto, ci si «accontenta» di andare a rivedere lo strepitoso complesso longobardo di Santa Giulia, Patrimonio dell’Unesco, e la mostra «a episodi» sul Rinascimento, che regala chicche da investigazioni d’arte: la Sacra Famiglia di Fra Bartolomeo a confronto con la «versione» della National Gallery (fino al 18 gennaio) e poi da fine mese Raffaello, con la ricostruzione, per la prima volta, della Pala Baronci andata smembrata e dispersa per l’Europa.

Siamo sulla via dei Musei, la strada principale dell’antica Brixia che segue il percorso del decumano maximo: fascinosa, costellata di palazzi d’epoca. Entrare nella Chiesa di Santa Maria della Carità vuol dire scoprire un capolavoro barocco, pianta ottagonale, decorazioni dappertutto, uno spettacolare altare maggiore. Poco più in là, a Palazzo Martinengo si sta allestendo un’altra grande mostra, la prima ufficialmente dedicata all’Expo, dal 24 gennaio: «Il cibo nell’Arte, dai maestri del Seicento a Warhol», oltre 100 dipinti in 10 sezioni, a ricostruire anche le abitudini alimentari del territorio, con i Mangiatori di ricotta di Vincenzo Campi, il Piatto di pesche di Ambrogio Figino – la prima natura morta dell’arte italiana – il panettone e il cioccolato dipinti da Longoni, o il gorgonzola e l’emmenthal di Cesare Tallone, per arrivare alla mitica Last Supper di Andy Warhol.

Il gusto per il cibo si addice a Brescia, e per rendersene conto basta girare all’ora dell’aperitivo nella contrada del Carmine, un locale dopo l’altro, tradizionali, etnici e in mezzo gallerie d’arte e negozi vintage. L’aperitivo bresciano doc prevede un Franciacorta o un pirlo (vino bianco, acqua frizzante e Campari). All’Osteria Al Bianchi di via Gasparo da Salò, la più antica della città, 1881, il pirlo si serve con i bertagnì, frittelle di baccalà, e il sabato è un rito imperdibile. Dopo di che Al Bianchi si assaggiano le specialità: i casoncelli al burro fuso, i malfatti al burro e salvia, lo stracotto d’asino, lo spiedo.

Alla tradizione delle vecchie osterie si affianca la creatività dei ristoranti contemporanei, come la bottega-bistrot di Alessandro Lanzani, appena fuori dal centro, che è macelleria (di famiglia), gastronomia, negozio di cose buone, caffetteria, bistrot, enoteca (più di 900 etichette, una passione per il Franciacorta ma anche per lo champagne), nonché ristorante gastronomico, chef Augusto Pasini. Perfetto per un aperitivo con gli stuzzichini giusti o un lanzburger fatto come si deve.

 

www.lastampa.it

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Proposte di lettura e biblioteche su misura Le strategie anti-Amazon delle librerie

Autore: admin - Primo piano - del: 8 gennaio 2015

librerieUna collezione di tremila libri sul Modernismo per uno chalet in Svizzera. Un migliaio di volumi sui rapporti tra l’Occidente e l’Islam destinati alla sala riunioni di una donna d’affari saudita. Una selezione di saggi sull’attualità per trenta jet privati. Sono alcune delle biblioteche su commissione (da decine di migliaia di euro) allestite dalla storica libreria londinese Heywood Hill. Un servizio certo non per tutti, ma grazie al quale il negozio che vanta la prima edizione britannica dell’Ulissedi Joyce, inaugurato nel 1936 nella centralissima zona di Mayfair, ha reinventato il suo business ed è riuscito a resistere alla concorrenza  di Amazon e di altri rivenditori online.

La costruzione delle «biblioteche su misura», scrive «The Economist», garantisce a Heywood Hill quasi la metà del fatturato. Il segreto è la massima personalizzazione, valore aggiunto rispetto ai rivali del web (che non a caso cercano di ottenere lo stesso risultato con algoritmi sempre più sofisticati): «I libri — si legge sul sito del negozio — riflettono l’identità di un individuo. I nostri esperti lavorano duramente per creare collezioni che rispecchino gli interessi dei clienti, ovunque si trovino nel mondo». Lo stesso principio presiede ad altre iniziative, più accessibili, della libreria. Con 300 euro l’anno, ad esempio, si può  sottoscrivere A year in books: un abbonamento in base al quale, dopo aver conosciuto i gusti dell’acquirente, il negozio sceglie un titolo al mese e glielo invia a casa.

«Sfruttando l’eccezionale capacità dei librai professionisti di selezionare i titoli più adatti a ogni lettore, Heywood Hill si comporta come un concierge dei libri, qualcosa che Amazon non potrà mai offrire» dice a «la Lettura» Peter Brantley, direttore delle applicazioni digitali alla New York Public Library, a marzo a Milano per IfBookThen, la conferenza di Bookrepublic sull’innovazione culturale. «La vendita tradizionale dei libri vive un momento difficile — ammette Brantley — ma in tutto il mondo si diffondono approcci originali per connettere lettori e autori. Le librerie restano attraenti perché consentono di leggere e imparare nei luoghi stessi in cui le persone vivono. Hanno più forza nel produrre idee e intrattenimento».

Offerte «su misura», radicamento nel territorio, alleanze tra colleghi sembrano, in effetti, le ricette dei piccoli e medi rivenditori che ce la stanno facendo. Abbonamenti mensili one-to-one, simili a quelli di Heywood Hill, offrono ad esempio le librerie indipendenti Green Apple Books di San Francisco (con il servizioApple-a-month) o la Mr B’s Emporium of Reading Delights di Bath, nel Regno Unito (con Reading year). Il negozio inglese ha lanciato pure una reading spa dove, davanti a un tè e una torta, un «biblioterapista» offre consigli al singolo lettore.

«Una nuova generazione di librai è scesa in campo», osserva Marco Zapparoli, editore di Marcos y Marcos e promotore del Giro d’Italia in 80 librerie e di Letti di notte, manifestazioni che valorizzano entrambe il ruolo dei negozi fisici e il legame con il territorio. A Torino, ad esempio, risale a due anni fa l’apertura de Il ponte sulla Dora, il cui nome stesso, racconta il proprietario Rocco Pinto, «è stato scelto insieme con i clienti». Stretto, infatti, il legame con la piazzetta e il quartiere (Borgo Rossini), tanto che per Natale la libreria ha proposto «Il cestino del borgo»: all’interno, un romanzo e un cd di una scrittrice e di un musicista della zona, il cioccolato e lo spumante di due aziende locali. Il tutto diffuso via newsletter e account social del negozio.

Leggi l’articolo completo su: http://ehibook.corriere.it/

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I professionisti nuovi poveri: redditi sotto i 30 mila euro

Autore: admin - Primo piano - del: 5 gennaio 2015

poveriStudiate: conquisterete una posizione, la solidità economica. Potrete entrare nel mondo dei professionisti tra notai, architetti, avvocati, ingegneri. Poi la crisi che ha cambiato il mondo ha cambiato anche questo mondo e nel 2015 il reddito medio dei professionisti italiani si fermerà sotto i 30 mila euro, dopo essere già sceso, negli ultimi sette anni, del 15% con punte che arrivano al 24. Significa aver visto sfumare un quarto dei propri guadagni.

È il dramma parallelo a quello della disoccupazione: quello dei poveri che lavorano, le persone che guadagnano meno di 6,9 euro l’ora. E tra questi i professionisti giovani, che continuano a crescere – nel corso del 2013 gli iscritti agli ordini in Italia sono aumentati del 15,7% – ma guadagnano sempre di meno, sfiorano il limite della sussitenza.

Se i più anziani ed esperti già patiscono la crisi, chiaro che per i nuovi arrivati è il disastro. Giusto che la retribuzione premi l’esperienza, ma quando la distanza arriva ad allargarsi tanto è evidente che il sistema s’è incagliato. Ci sono senz’altro molti ex precari, nella nuova leva dei professionisti: sono stati i pilastri instabili della «generazione mille euro» poi sono messi in proprio, nella maggior parte dei casi più per necessità che per scelta.

I poveri che lavorano sono tanti e soprattutto sono in crescita: rappresentano l’11,7% del totale degli occupati. E la percentuale sale al 15,9% se si allarga l’insieme a quello che contiene le partite Iva. Si arriva alla cifra di 756 mila persone che, semplicemente, non ce la fanno. «A differenza del passato il fenomeno riguarda anche autonomi con dipendenti e i lavoratori più istruiti» racconta Silvia Spattini del centro studi Adapt.

 Intanto è facile prevedere che la battaglia per la sopravvivenza si farà ancora più dura perché nell’arena stanno entrando anche i cinquantenni usciti dal lavoro e pronti a mettersi in proprio, con un tesoretto in tasca e la possibilità di giocare sui prezzi, abbattendoli.

«I freelance sono l’unica categoria penalizzata, alla faccia del governo sensibile ai giovani e al lavoro del futuro», dice Anna Soru, presidente di Acta, sorta di sindacato di quella che il New York Times, ha ribattezzato “creative class”. Sono soddisfazioni. 

Leggi l’articolo completo: www.lastampa.it

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Più vecchi vi sentite e meno vivrete

Autore: admin - Primo piano - del: 27 dicembre 2014

 

vecchiaiaSentirsi vecchi è una conseguenza del nostro benessere mentale e fisico. In molti hanno infatti una percezione di sè diversa dall’età anagrafica. Sentirsi più giovani aiuta e non è solo una questione di sollevarsi il morale. E’ anzi un buon indizio del proprio stato di salute e fornisce uno stimolo ad adottare comportamenti che lo favoriscano. A giungere a questa conclusione, indubbiamente in linea con il senso comune, è uno studio condotto dal prestigioso University College di Londra che ha documentato un forte legame tra l’età percepita e la mortalità per certe malattie, come quelle cardiovascolari.

LO STUDIO. I ricercatori hanno confrontato le risposte fornite alla domanda“Quanto ti senti vecchio?” da parte di 6.489 partecipanti all’English Longitudinal Study of Ageing con il loro tasso di mortalità per cancro e malattie cardiovascolari, monitorato negli otto anni successivi. A morire di meno sono stati esattamente coloro che avevano riportato una età percepita inferiore di tre anni rispetto a chi, al momento del questionario, si sentiva addosso esattamente il proprio numero di anni o anche di più.

La percezione della nostra età dipende da numerosi fattori, come responsabilità, stress, problemi di salute, depressione, fattori sociodemografici, isolamento sociale, cambiamenti del proprio ruolo sia nella vita privata e in quella professionale. Gli autori suggeriscono che alla base dei tassi di mortalità inferiori, osservati in chi si sente più giovane, possano esserci una maggiore resistenza, un maggior senso di padronanza e di controllo sulla propria vita e una maggior voglia di vivere, così come un’attitudine verso l’invecchiamentoche favorisce l’adozione di specifici comportamenti benefici per la salute. Vi è, dicono, la necessità di ulteriori studi per capire le ragioni del fenomeno. Nel frattempo, val la pena provare a modificare la nostra età percepita per sperimentare le benefiche conseguenze del sentirsi giovani.

Leggi l’articolo completo su: www.lastampa.it

 

 

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